I NODI NEL PETTINE DEL CONFLITTO BASCO SPAGNOLO

by Talking Peace | 10th June 2010 9:35 am

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Il 2010 sta segnando una svolta nel conflitto basco spagnolo. I protagonisti di questo conflitto stanno muovendo le loro pedine anche se è bene dirlo le regole del gioco vengono modificate strada facendo. Il Governo spagnolo di Zapatero ha messo le mani avanti, vista la decisione unilaterale della sinistra indipendentista per attivare un soluzione politica del conflitto attraverso un processo democratico e pacifico, tra l’altro, peggiorando le misure proibizioniste della legge sui partiti. Questa misura come quella sulle legislazione carceraria o penale tendono non solo a costruire nuove misure da negoziare in vista di un possibile dialogo, ma anche ad utilizzare il pretesto “terrorista” per condizionare in senso punitivo l’itero sistema penale spagnolo che ha detto dello stesso ministro degli Interni Rubalcaba “ è il più severo d’Europa”. Un politica securitaria che si è vista anche durante il mandato semestrale alla guida della Unione Europea, che cerca di segnare punti facili a proprio favore sul terreno elettorale,  messo in crisi invece dalla crisi economica che ha fatto cadere l’immagine della Spagna come una potenza emergente. Sono passati pochi anni da quando la destra  e la sinistra europea prendevano come riferimento la Spagna di Aznar o Zapatero. Un Spagna che galleggiava sulla bolla speculativa edilizia che quando è esplosa nel contesto della crisi finanziaria mondiale ha fatto schizzare la disoccupazione al 20%.  Costi di una crisi che non hanno sfiorato gli artefici di questa bluff economico, le multinazionali finanziarie e industriali sviluppatesi nell’ era delle politiche bancarie di Felipe Gonzales, l’era del beatiful people del ministro dell’economia Solchaga, e consolidatesi dall’avvento della deregulation selvaggia di Aznar, grazie anche alla compiacente politica di svendita economica dei governi latinoamericani degli anni 90 . L’anno scorso i bilanci delle banche Santander,  Bilbao Vizcaya Argentaria, delle imprese energetiche Repsol, Gas Natural-Union Fenosa, Endesa, delle telecomunicazioni Telefonica, per citarne alcune si sono chiusi con benefici considerevoli nonostante la crisi.  I tagli al bilancio dello Stato che saranno attuati dal Governo Zapatero hanno provocato una dura reazione verbale da parte dei sindacati UGT e CCOO, che sono costretti dalla forza degli eventi a paventare uno sciopero generale richiesto da un base sociale che mostra insofferenza dopo anni di concertazione con governi e padronato. Misure economiche quelle di Zapatero, in linea con quanto richiesto da Unione Europea e FMI, nonché in modo reiterato dagli Stai Uniti  che hanno trovato assenso da parte della Confindustria spagnola e dei grandi gruppi finanziari. Nel Paese basco la risposta è stata contundente con la convocazione, da parte della maggioranza sindacale basca, (ELA, LAB, ESK, STEE-EILAS, Hiru, EHNE)  di uno sciopero generale nel settore pubblico il 25 scorso maggio e una manifestazione il 12 giugno per rivendicare sovranità basca nella contrattazione salariale e nelle relazioni capitale lavoro.  Mobilitazioni che confermano una divisione politica nel mondo sindacale tanto che lo sciopero indetto nel settore pubblico, l’8 giugno, questa volta da CCOO e UGT a livello spagnolo, ha avuto uno scarso seguito nelle province basche. La divisione nel mondo sindacale è una fotografia fedele della mancanza di un dialogo sul tema centrale cioè quello della sovranità e soprattutto nella sua vertente “di classe”. Da una politica fiscale che si allinei alla media europea, sia nella CAV che nella Navarra la media impositiva è più bassa di quella dello stato spagnolo ed europea,  a interventi nelle istituti finanziari come le casse di risparmio, ad una mobilitazione continua proponendo una conflittualità con il padronato, come testimonia lo sciopero dei metalmeccanici nella Guipuzkoa, la azione della maggioranza sindacale basca riafferma costantemente la necessita di cambio politico sociale ed economico come strada ineludibile per contrastare la crisi neoliberale. Un cambio che viene indicato anche da una serie di misure che sono state sottoscritte da 132 lavoratori e lavoratrici.

PSE-PP e UPN-PSN, un patto naturale.

Lo abbiamo già scritto. Gli accordi nelle comunità autonome, CAV e Navarra, tra il centro destra ed il centrosinistra spagnoli non è antinatura, nonostante nel resto dello Stato spagnolo la battaglia tra i due schieramenti sia senza esclusione di colpi. In realtà questo accordo bipartisan è fedele interprete della transizione spagnola che sanciva principi in questionabili: impunità per il regime franchista ed inamovibilità delle gerarchie di potere e nazionali.  Cioè solo nel Paese basco il patto di omertà stipulato a metà degli settanta, la riforma politica, ha comportato ovviare alla dialettica del bipartitismo in funzione di un patto di stato o di “salvezza nazionale”. Un patto necessario che ripercuote anche sulla politica spagnola. UPN, rappresentante la destra storica navarra, dopo aver rotto l’accordo con il PP ha garantito la sua permanenza alla guida della Comunità autonoma grazie all’appoggio del PSN concedendo in cambio il sostegno, l’astensione prima e poi il voto affermativo, alla finanziaria dello scorso anno ed al pacchetto di misure economiche adottate recentemente dal Governo Zapatero, dove, in quest’ultimo caso, il voto UPN è stato determinante. Stessi principi nella CAV anche se l’alleanza in questo caso è proprio tra le emanazioni basche del PSOE e PP. Dopo il fallito tentativo del 2001, allora era l’ex ministro degli Interni Mayor Oreja, braccio destro di Aznar candidato alla presidenza con l’appoggio del PSE di Nicolas Redondo, la legge truffa, sui partiti ha permesso a “questa santa alleanza”, a ruoli inversi, la vittoria del PSE di Patxi Lopez. Una alleanza di “stato” che sembra ancorata, come ricorda il presidente del PP basco, Basagoti, quando afferma che con un cambio di governo a Madrid, il PP non farà cadere il governo di Patxi Lopez. Un Governo autonomo che se è solido politicamente non lo è tanto socialmente visto  che cerca in tutti i modi di costruire un consenso che non sembra fare breccia tra una opinione pubblica basca che in maggioranza si sente “tradita” da questo accordo PSE-PP. Tradita anche perché le sbandierate promesse di un Governo contrario ai “fronti contrapposti” nella pratica ha attuato una politica dove l’idea di “Spagna” pervade ogni iniziativa. In modo più o meno evidente. Dalla riforma all’ente radio televisivo, EITB, dove il crollo degli ascolti è stato clamoroso, alle politiche linguistiche con palesi forzature a favore del modello A, prevalenza della lingua spagnola, che è il modello di gran lunga meno ambito dalle famiglie per le scuole primarie  e secondarie rispetto a quello D prevalenza lingua euskera. Ma è sul terreno della sicurezza e “lotta al terrorismo” che il governo di Patxi Lopez sta giocando le sue principali carte non solo attraverso una politica di limitazione delle libertà civili, espressione ed riunione, ma avvallando anche misure coercitive come la tortura resi possibili dall’attuale legislazione antiterrorista. L’obiettivo annunciato di questa politica è di creare “una coscienza civile che isoli i terrorismo” quando strada facendo emerge sempre più chiaramente che è l’obiettivo politico di un consolidamento del “autonomismo spagnolo” ad essere perseguito. Sul terreno della istituzionalizzazione di questa battaglia l’istituzione della giornata della “memoria delle vittime del terrorismo di ETA” (10 novembre),  o quella della Ertzantza, piuttosto che paventare quella dello Statuto di Autonomia in luogo dell’ Aberri Eguna, sono alcune delle iniziative che sembrano volere forzare una opinione pubblica a cui i conti invece non tornano. Non ultimo il “Piano di Convivenza e delegittimazione della Violenza” approvato l’8 giugno, attraverso una sorta decreto legge, sintetizza questa foga normalizzatrice. Un sorta di linea guida di promozione istituzionale con particolare attenzione alla scuola, che mira a delegittimare “la violenza di ETA ed il suo sostegno sociale”. Le critiche ricevute dal Piano anche dal Consiglio Scolastico, l’organismo istituzionale che  riunisce tutte le componenti della scuola si centravano sulla sua “natura politica”, sulla mancanza di consenso nella sua elaborazione ed anche sulla paventata presenza “d’autorità” delle vittime negli istituti scolastici. . Le dimissioni del presidente del Consiglio Scolare volute dal Governo autonomo seppur già annunciate hanno il sapore di una misura normalizzatrice visto anche che ha prendere il posto di presidente sarà Mª Luisa García Gurrutxaga, responsabile del PSE del dipartimento di cultura.  Nella prefazione del piano approvato dal tandem PSE PP si afferma che si vuole passare da “un intervento generale di educazione sui Diritti Umani”, proprio del precedente esecutivo “ a “porre l’attenzione e priorità massima” all’ intervento “sulla convivenza democratica e la delegittimazione della violenza”visto che “Euskadi è sottoposta ancora al flagello della violenza terrorista e il suo terreno di legittimazione”   . E’significativo che in momento in cui il dibattito sulla memoria negata dei crimini franchisti faccia breccia dopo decenni di omertà, dopo che questa omertà ha dato luogo all’attuale sistema monarchico parlamentare, il Governo autonomo basco, imitato da quello navarro, si affanni nel celebrare le vittime di una violenza politica che proprio dal’impunità della dittatura franchista ha tratto gran parte della sua giustificazione.

 

Il PNV alla ricerca di un suo orizzonte e …..sopravvivenza

Chi cerca di trovare un suo ruolo in questo contesto è il PNV. Perso dopo trent’anni lo strumento principe del sua egemonia politica, il governo della CAV, il PNV ha cercato attraverso le diputaciones, province, di cui ostenta ancora lo maggioranza, di esercitare un certo pressing su Patxi Lopez. Un politica limitata dalla sua coerente politica “responsabile”, visto che fino ad un anno fa prima era rimasto alla guida della CAV, guidando coalizioni di diverso colore con l’idea comunque di non alterare gli equilibri politici ed istituzionali spagnoli. Alla luce dei fatti, l’appoggio alla proposta Lizarra Garazi (1998) e la stessa proposta di riforma dello statuto in senso “soberanista”, il Piano Ibarretxe, (2008) si mostrano sempre più come scelte obbligate del PNV, per garantirsi una immagine verso gran parte del suo elettorato, ma sul cui esito la leadership nazionalista non ci credeva o sperava nel suo fallimento. La stessa proposta di referendum sul quesito “fine della lotta armata di ETA e dialogo politico che includa l’autodeterminazione” rimase, nonostante le promesse dell’allora presidente della CAV, Ibarretxe lettera morta, per la mancanza di volontà politica da parte del PNV di forzare Madrid ad un dialogo serio sulla questione di fondo reale. Del resto era un ripetersi di un copione già visto in diverse occasioni. E’ sufficiente paventare una chiamata in causa seppur consultiva della popolazione basca perché lo stato spagnolo alzi  la voce e minacci. Lo fece nel 1990 nei confronti di una dichiarazione di principio del parlamento autonomo basco sul diritto alla autodeterminazione del popolo basco, perché sia gli alti gradi dell’esercito sia quelli istituzionali, come il presidente del senato, minacciassero interventi diretti attraverso l’attuazione degli articoli  8 e 155 della Costituzione, volti a togliere potestà all’autonomia. Anche in quella occasione, le minacce sortirono effetto, ed il PNV fece non uno ma due passi indietro, anche perché l’iniziativa parlamentare “soberanista” era anche funzionale  a contrastare l’iniziativa politica della sinistra indipendentista dello Statuto Nazionale di Autonomia (ENA) che prefigurava un cammino alternativo alla logica autonomista emanata dalla Costituzione spagnola.

Insomma il PNV si vuole presentare come il “centro” della politica basca ed è per questo che le polemiche sul “furto” delle elezioni autonomiste da parte del PSE vennero presto messe nel cassetto, per essere sostituite da una politica responsabile aperta ad ogni soluzione nonostante una certa conflittualità verbale. Del resto se sul pian economico non ci sono sostanziali differenze tra PSE PP y PNV, per quanto riguarda politica fiscale e rapporto con il movimento sindacale, sul piano politico le critiche del PNV, per esempio al “Piano sulla Convivenza” o sulla politica di criminalizzazione della sinistra indipendentista non si traducono in azioni concrete ma, al contrario ad un apertura di credito non solo nei confronti del PSE ma anche del PP. Infatti come riporta la stampa spagnola in vista della discussione sulla finanziaria, il governo socialista di Zapatero guarda con particolare attenzione al sostegno dei deputati del PNV  mentre lo stesso PNV incontra per la prima volta nella sua sede gli esponenti del PP basco per una dialogo che ha il sapore di preparare il terreno ad ogni evenienza visto l’incerto futuro del Governo Zapatero.

La Sinistra Indipendentista gioca  le sue carte

Il panorama politico basco dalla morte di Franco ha consolidato tre aree politiche: quella costituzionalista spagnola, quella nazionalista autonomista, e quella costituente indipendentista progressista. Ed è la sinistra indipendentista basca il settore sociale e politico che ha egemonizzato questo terzo blocco. Un settore sociale politico che ha subito dei duri colpi in questi ultimi dieci anni sia nella sua agibilità politica, illegalizzazione delle sue strutture organizzative, sia per la crisi di una azione politica caratterizzata storicamente  da un visione del conflitto in senso “politico militare”. Ovvero considerare la natura dello stato spagnolo postfranchista come una operazione di “cosmesi politica”, ruolo centrale della monarchia borbonica voluta da Franco, legislazione e organizzazione della giustizia, Audiencia Nacional leggi antiterrorismo, per contrastare la dissidenza basca, funzione ruolo deterrente dell’esercito, ed altro. Questioni confermate in questi anni ma che sono state contrastate da una strategia che privilegiava, come “determinante” o come “una necessita”, l’azione politico-militare (ETA) riducendo lo spazio d’azione al movimento politico sociale. Questa concezione del conflitto, almeno fino agli inizi degli anni 90 è stata è stata confermata dagli stessi apparati dello stato spagnolo, come disse uno dei responsabili dei servizi d’informazione spagnoli, Andres Cinello “preferisco la guerra all’alternativa KAS” . Negli ultimi dieci anni questa strategia più che la natura del conflitto, è entrata in crisi, per una seria di fattori: alcune conseguenze della spirale di azioni armate di ETA, la constatazione di un vicolo cieco della strategia negoziatrice a due (Stato ed ETA), le trasformazioni della società basca in un’epoca dove l’azione delle sinistra indipendentista era limitata (il legalizzazioni). E’stata quindi una necessaria riflessione sugli strumenti ed i passi da compiere nonché un approfondimento della cultura ed degli obiettivi politici della sinistra indipendentista che ha portato il movimento ad una definizione strategica a medio e lungo termine che è riassunta nel documento Zutik Euskal Herria. E come era stato più volte paventato lo Stato spagnolo ha risposto, apparentemente in modo paradossale,  fornendo elementi che confermano la natura politico militare del conflitto. Giro di vite nella già liberticida legge sui partiti, arresti dei dirigenti politici che elaboravano le proposte di soluzione pacifiche  democratiche al conflitto,  arresti di decine di presunti militanti di ETA in un momento in cui la riflessione interna all’organizzazione armata, realizzata in assenza totale di azioni armate nello stato spagnolo, l’ultimo attentato è del 31 luglio 2009, veniva influenzata da uno stillicidio di arresti, perpetuazione dei episodi di tortura.

Questo dibattito interno alla sinistra indipendentista ha aperto le porte alla estensione e consolidamento di questo terzo polo sociale e politico basco quello costituente, indipendentista e progressista. Una azione che ha scompigliato le carte non solo del Governo spagnolo che non ha saputo rispondere in altro modo fino ad ora, che chiudendo gli spazi del dialogo, almeno pubblicamente, ma anche delle forze politiche basche sia nella CAV che forse soprattutto della Navarra. Nel 2007, l’apparizione della coalizione di partiti  di riferimento basco, Nafarroa Bai, con l’esclusione della sinistra indipendentista,  che la portarono ad essere la seconda forza politica dopo i regionalisti di destra UPN e davanti al PSN aveva fatto pensare a molti alla perdita di protagonismo della sinistra indipendentista che fino ad ora aveva rappresentato in modo maggioritario questo settore sociale in Navarra. La realtà si è dimostrata più complessa. Sia il fallimento dell’ipotesi di governo Naffaora Bai PSN, voluto da Madrid in funzione del patto di stato UPN-PSN, sia alla luce  delle elezioni europee del 2009 dove la presenza indiretta, attraverso Iniciativa Internacionalista, della sinistra indipendentista basca, permise di fare un fotografia più reale delle forze in campo. Adesso con l’iniziativa di Zutik Euskal Herria e quella di organismi politici navarri si è aperta la strada ad un processo di convergenza politica di forze per la sovranità e progressiste basche che può puntare a modificare lo statico panorama politico navarrro. Sempre che ci sia una visione strategica del progetto politico che metta da parte gli interessi elettorali, presunti, delle forze politiche. Un panorama politico, quello navarro, che si fonda su un passato di epurazioni franchiste che in queste terre ha significato l’esecuzione sommaria, in Navarra non ci fu il conflitto armato della guerra civile, di migliaia di democratici e repubblicani.  Questa ferita storica riemersa in modo casuale alla luce del caso Garzon attraversa anche la società basca che più di ogni altra a cercato in questi decenni attraverso soprattutto la sinistra indipendentista di ricondurre ad un processo di democrazia reale negato dalla Transizione politica spagnola. Il Tribunale Supremo che ha impedito al giudice Garzon di aprire un procedimento giudiziario sui circa 140 mila desaparecidos durante il franchismo è lo stesso che ha sentenziato come “terrorista” il movimento politico giovanile della sinistra indipendentista SEGI cosi definito nell’istruttoria dallo stesso giudice Garzon. Questo intreccio tra impunita del regime franchista e permanere della questione basca è una lettura necessaria per comprendere l’attuale matassa della situazione politica basca. Se come dice la sinistra indipendentista basca “il governo reprime perché ha paura ha confrontarsi sul terreno politico” la mobilitazione popolare e  il consolidamento del progetto di una piattaforma progressista e per la sovranità sarà l’unico strumento possibile e efficace, per costringere Madrid ad accettare questa sfida. Che non è solo con la società basca ma anche con la sua storia.

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