ETA: UN ANNUNCIO CHE VIENE DA LONTANO E GUARDA AVANTI

Il Governo Zapatero, insediatosi dopo il “suicidio politico” di Aznar nell’ aver attribuito ad ETA gli attentati di matrice medio orientale del marzo 2004 a Madrid, sembra accettare questa formula. ETA nel marzo del 2006 annuncia una nuova tregua che durerà fino al maggio del 2007. Il dialogo sui due tavoli, ETA Governo da un parte Batasuna PNV e PSOE dall’altra, patrocinato da mediatori internazionali, pur paventando possibili soluzioni storiche, non solo su un’ accordo politico ma anche di “uno smantellamento definitivo di ETA”, s’incaglierà sulle resistenze di ambedue le parti a intraprendere la strada di un nuovo scenario senza “violenza né ingerenze”.

La nuova delusione fungerà da elemento determinate per un esteso e profondo dibattito interno alla sinistra indipendentista che considera che il processo democratico, e di conseguenza la possibilità di raggiungere gli obiettivi strategici dell’ indipendenza e il socialismo, necessitano di nuovi strumenti per arrivare a una “accumulazione di forze”. La lotta armata in questa visione non trova spazio. Il dibattito interno, non senza tensioni, porta a prese di posizione sempre più nette “a favore di un processo democratico dove tutte le opzioni possano confrontarsi su un piano di parità e  che non siano condizionate a ingerenze né da violenza”. Una decisione, questa, che scombina le carte dello Stato spagnolo, che sembrava ormai in posizione di forza, con ETA in difficoltà anche per i colpi ricevuti dalle forze di polizia spagnole e francesi e una sinistra indipendentista proscritta dalle competizioni elettorali in virtù delle legge sui partiti del 2002.

È per questo che Madrid agisce. Nell’ottobre del 2009 arresta i dirigenti della sinistra indipendentista che avevano contribuito in modo determinante a questa scelta strategica per un  confronto politico democratico senza violenza. Ma i palesi tentativi di far fallire questa scelta cadono nel vuoto. Le dichiarazioni di Altsasua e Venezia (novembre 2009), il documento Zutik Euskal Herria, l’accordo di Gernika e l’avvallo a questo processo da parte di una ventina di personalità internazionali, la decisione di iscrivere un nuovo partito accettando i principi della Legge sui Partiti che esplicitamente ed implicitamente chiedono a Governo ed ETA di intraprendere la via della soluzione pacifica al conflitto, confermano che la strada intrapresa è senza ritorno.

ETA ne assume  le conseguenze. Accettando, secondo i propri tempi, le richieste avanzate nei suoi confronti. Dopo la dichiarazione di una “sospensione delle azioni armate offensive”, arriva quella delle scorse ore di un “cessate il fuoco permanente, generale e verificabile”. Un copione che ETA sta seguendo alla lettera e che lascia il Governo spagnolo con la responsabilità di togliere il veto a un movimento come la sinistra indipendentista, vera protagonista di questo nuovo possibile scenario di pace e democrazia.


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In questo periodo si accosta al movimento della “Fratellanza musulmana” e, negli anni che seguono, inizia a stringere sempre più stretti contatti con numerosi gruppi di integralisti islamici. Oltre che ad accumulare una discreta fortuna occupandosi della gestione dell’impresa paterna. Abbandonerà tale attività nel 1979 quando, a seguito dell’invasione dell’Afghanistan da parte di truppe sovietiche, si dedicherà ad aiutare i fratelli musulmani contro i “senzadio” comunisti. Inizia infatti ad investire le proprie ricchezze per reclutare volontari, e, in seguito, per addestrarli e per fornirgli le armi necessarie per combattere al fianco dei mujaheddin afgani. Crea così il gruppo del “Fronte di salvezza islamico”, potendo tra l’altro contare, oltre che sui propri fondi, anche sull’aiuto economico proveniente dagli Stati Uniti e sul appoggio della Cia (vedi sotto “Blowback”).

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