AL FATAH-HAMAS, FINE DI DAHLAN
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Mohamed Dahlan, l’ex uomo forte di Al Fatah, viene accusato in un dossier di una commissione d’indagine palestinese, di aver ordinato l’avvelenamento del leader palestinese Yaser Arafat, deceduto in un ospedale parigino nel novembre del 2004. Questo atto di accusa è l’ultimo e probabilmente definitivo colpo contro Moahamed Dahlan, personaggio oscuro che aveva attirato su di se le accuse di Hamas e di gran parte del suo stesso partito, Al Fatah. Hamas lo accusava di essere responsabile di uccisioni e torture di militanti del movimento islamico palestinese quando occupava la carica d responsabile della sicurezza a Gaza prima del 2007. All’interno del suo partito veniva accusato di corruzione nonché di essere la cinghia di trasmissione con la CIA e il Governo Israeliano. La “testa” di Dahlan era una delle richieste del movimento Hamas per trovare un accordo con Al Fatah. Dopo anni di negoziati l’accordo raggiunto alcuni messi fa era sfociato in una serie di misure come la recente decisione di liberare i militanti dei due movimenti palestinesi detenuti in Cisgiordania, amministrati da Al Fatah, e a Gaza che dalle elezioni del 2007 è governata da Hamas. Le accuse contro Dahlan di essere responsabile della morte del “leader Arafat”, sembrano essere un nuovo tassello per ricomporre il mosaico politico palestinese, in vista anche della dichiarazione unilaterale dello stato palestinese che verrà presentata alle nazioni Unite per un riconoscimento nell’prossimo autunno.
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Paese basco: voci di pace, arresti nel mucchio
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In una notte di novembre, nei paesi e città del Paese basco, 650 poliziotti e guardia civiles spagnoli, guidati dal giudice istruttore Grande Marlaska, con il seguito di televisioni e giornali, irrompono in 90 abitazioni e centri sociali. 34 ragazze e ragazzi vengono arrestati. Ragazze e ragazzi. I giornali il giorno dopo titolano che Segi l’organizzazione giovanile della sinistra indipendentista, considerata “terrorista” dal Tribunale Supremo spagnolo nel 2007, è stata decapitata. Poi l’omertà, quella per cui la sorte di questi giovani non conta più nulla. La casistica sulle numerose denuncie di maltrattamenti nei commissariati di polizia spagnoli, confermate da organismi internazionali, per i media spagnoli sono invenzioni. Il fatto che una organizzazione giovanile, la più grande le Paese basco, sia stata considerata terrorista pur non utilizzando la violenza come metodo politico, per Governo magistratura e gran parte dei media spagnoli, non è un attacco alla libertà di opinione, ma una misura di “sicurezza nazionale”. Non ETA ma il suo “entorno” vale dire la realtà sociale della sinistra indipendentista basca è il vero pericolo.
I familiari ed amici viaggiano verso la capitale, dove sono stati trasferiti i giovani. Con la paura in corpo. Nessuna notizia dei loro familiari. La legge antiterrorismo permette l’isolamento assoluto nelle mani dei funzionari di polizia per cinque giorni. Madri e padri rimangono da mattina a sera davanti al tribunale speciale dell’ Audiencia Nacional, nel cuore di Madrid, aspettando che i loro figli, dopo essere passati tra le mani di poliziotti e guardia civiles, confermino dinnanzi al giudice le deposizioni che sono stati costretti a firmare. Quando? Nulla è dato a sapere: Grande Marlaska proibisce dare informazioni sui giovani arrestati. Dopo quattro giorni arrivano i primi 11 che vengono spediti in carcere. Poi altri 12. Per due di loro è libertà su cauzione. Ed infine gli altri 11.
32 inviati nelle carceri spagnole. Nell’euforia “per l’arresto di 34 pericolosi ragazzi e ragazze indipendentisti baschi”, un veicolo camuffato della guardia civil, con a bordo uno degli arrestati, sfreccia per le vie della capitale spagnola dopo aver eseguito il meticoloso interrogatorio, travolgendo un donna di 84 anni che perderà la vita. Passano due giorni prima che vice sindaco della capitale porga le sue scuse ai figli della donna uccisa.
SDF: The United States must fulfill its mandate as guarantor
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The SDF General Command issued a statement to reiterate that the Turkish state, its army, and its armed factions did not

