JOSEBA SARRIONAINDIA, SCRITTORE BASCO

by Talking Peace | 4th October 2011 8:32 am

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possiamo anche chiamare, giustamente, terra natale. L’universalità non ci ha conquistati per imposizione, anche se molti nuovi imperatori, emuli di Alessandro Magno, si sono sforzati in tal senso. Nemmeno perché si sia adottato un idioma universale visto che, nonostante l’inglese, il mondo continua ad essere una Babele. Hanno più a che vedere con la universalizzazione, l’espansione economica o il progresso tecnologico, che così profondamente ed in modo disuguale riguardano tutti con la loro avidità certamente cosmopolita. Comunque sia lo sviluppo dei mezzi di comunicazione è stato impressionante nelle ultime decadi, i contatti geografici si sono moltiplicati e i comportamenti culturali hanno adottato modelli universali. Ci sono due tipi di linguaggi ormai universali: quello delle immagini e quello della musica. Il linguaggio attuale più universale è l’iconico, vale dire, quello che si offre attraverso le immagini. Le fotografie e la televisione ed altro ci offrono una conoscenza immediata e copiosa. Nella misura in cui le immagini si diffondono e si popolarizzano per tutto il mondo, tutti gli abitanti del mondo abbiamo coscienza di formare parte dello stesso film. Il linguaggio delle immagini è tanto universale che spiana il garbuglio della torre di Babele. Però esiste un altro linguaggio univer- sale, quello della musica. Tanto la musica classica come il rock sono linguaggi universali, che si estendono a tutte le latitudini della terra. Non offrono conoscenza, però si identificazione, di modo che si può considerare che se nella nostra torre di Babele le immagini ci danno la mediazione cognitiva, la musica ci proporziona la mediazione affettiva.

Non c’è stata l’uniformità linguistica. Nessun idioma ha dominato totalmente sugli altri e, nonostante le nuove parole che s’ integrano al lessico sono comuni, ogni idioma mantiene le sue radici. E, grazie a questo, sopravvivono le culture ed i popoli come tali. Per parlare di noi stessi, la patria dei baschi è l’euskara, perché patria non è solo idioma, ma è idioma ed è tradizione che ci spinge attraverso l’idioma. L’euskara è la nostra patria, però una patria che c’è stata usurpata e sottratta per generazioni, poiché i baschi siamo nati in un popolo sottomesso ed umiliato al quale si è imposto un altro idioma ed un’altra cultura. E questa oppressione assecondata da vassallaggi autoctoni, è stata tale che ancora ci rende difficile una relazione naturale con la nostra propria lingua e nazionalità, di modo che esprimersi in euskara,e non in un altro idioma, rappresenta una scelta ed una azione culturale e politica. Io credo che quasi tutti noi baschi sogniamo un uso naturale, pratico ed innocente della nostra lingua, aspiriamo ad un paese nel quale non dobbiamo rivendicare e riaffermare la nostra nazionalità, ma che possiamo essere baschi senza restrizioni e quasi inavvertitamente. Baschi nel mondo, senza abbandono ne clausura. Senza perdere le radici e la lealtà a quanto ereditato, ciò che si potrebbe dire senso della terra, però aperti all’universalità, ad altre tradizioni ad altre sensibilità, che anche rappresentano senso della terra. Il mondo deve formare parte di noi, se vogliamo far parte del mondo.

Realmente non si può dire che la mitologia greco latina, o il teatro religioso del Medio Evo, o la letteratura americana o la fisica quantica non siano nostre, sono nostre nella misura in cui partecipiamo alla cultura universale. Siamo ereditieri, oltre della nostra tradizione basca, della tradizione universale, la nostra cultura peculiare è il bertsolari, per esempio, però godiamo con Xalbador come con l’improvvisatore del jazz, per fare un esempio. Se il bertsolarismo ci è proprio, del jazz ci siamo appropriati, non è esclusivamente nostro, come il bertsolarismo, però questo jazz che ci arriva da tanto lontano come New Orleans ha uno spazio tra di noi.

Nessuno dubita che Axular è patrimonio della cultura basca, nonostante presenti nel suo libro una dottrina tanto avventizia come altre. Però è anche nostro W. Shakespeare e cosi abbiamo le traduzioni shekspiriane al dialetto vizcaino di B. Larrakoetxea. La lealtà per e con i nostri antenati si completa con il riconoscimento del mondo. Una delle caratteristiche fondamentali dell’attuale cultura è il sincretismo,vale dire l’unione di conoscenze ed usi provenienti da distinte fonti ed eredità, la mescolanza di tradizioni.(..)

Le nostre radici nella lingua e nella cultura basca non sono per chiudersi bensì per aprirsi ad altre tradizioni. La nostra tradizione si intreccia con altre tradizioni, l’universalità e il sincretismo, oltre ad essere tratti generali della nostra epoca, sono cose che ci rendono possibile conoscere di più, creare meglio ed essere più solidali e liberi.

 

Tratto da: Joseba Sarrionaindia, No soy de aqui Argitalexe Hiru 1992 titolo originale Ni ez naiz hemengoa . Pamiela, Pamplona, 1985

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