TAGLI BUONI NO TAV
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Ha senza alcun dubbio colto nel segno l’iniziativa del Movimento No Tav “Diamoci un taglio!”. Ancor prima d’iniziare è riuscita a mettere in crisi tutto l’apparato politico e militare che si nasconde dentro il non cantiere di Giaglione. Dopo aver contrastato in tutti modi l’avanzare e la presenza di quelle reti il popolo No Tav ha deciso di andare in massa e alla luce del sole, armati di cesoie a tagliare quelle recinzioni che sono solo più il simbolo di un potere in affanno, corrotto e arrogante. In molti hanno provato a dire quale strada abbia inboccato il movimento ora, dimenticandosi che fino ad oggi violenza e militarizzazione stavano solo dall’altra parte di quelle reti. Il movimento non ha imboccato nessuna strada diversa da quella che ha sempre percorso e che oggi ripercorrerà se lo riterrà opportuno.
Zone rosse, km di divieti, mezzi militari sono la risposta a una comunità intera che ha deciso un gesto significativo, incisivo nel solco di tutte le altre mobilitazioni che in 22 anni ha fatto. Certo, la giornata è un pò dopata dal post-Roma, ma sappiamo anche bene che in qualche modo i notav fanno paura, e che quindi bisogna alzare qualche altra rete.
5000 euro al centimentro sono le ragioni che portano il movimento a quelle reti con l’intenzione di tagliarle; incalcolabili sono le ragioni di questa lotta che non si arrende.
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“EL COMISARIO” GRIDA E MI DICE CHE MI VIOLENTERA’ UN’ALTRA VOLTA”
Verso le 4 del mattino del 1 marzo 2011 sfondano la porta. Mi prendono per i capelli e mi trascinano nella sala. Sono con il reggiseno e non mi lasciano vestire durante la perquisizione. Nella sala mi bloccano con violenza e cercano di mettermi le manette. Si arrabbiano perché sono piccole. Mentre sono seduta sul divano mi dicono “Vedrai che cinque giorni passerai”
Mi entrò un po’ di nausea durante la perquisizione del ripostiglio. Mi stringono fortemente sul braccio, mi lasciano degli segni. Mi mettono manette di corda e me le stringono sempre di più.
Mentre usciamo di casa mi minacciano: di non guardare, ne parlare con il mio compagno. Mi portano dove si trovava l’auto e mi proibiscono assistere alla perquisizione.
Mi portano dal medico forense di Bilbao: mi visitano attentamente: ho segni sui polsi per le manette, avevo le vene gonfie e qualche abrasione. Le braccia rosse, per il modo in cui mi tenevano, e rigide.
Mi fanno salire sul Patrol (automezzo in dotazione alla Guardia Civil). Mi obbligano a chiudere gli occhi e me li chiudono loro con una mano. Ascolto che dicono che devono incontrarsi con un’altra auto.
Si fermano. Un guardia civil che si fa chiamare “el Comisario”, viene a prendermi e cambiamo d’auto. Quella di adesso non è un Patrol, è un’auto normale per lo spazio e l’altezza che percepisco nell’entrare. El Comisario inizia a gridarmi nell’orecchio e a minacciarmi: “Sono militare e sono addestrato ad uccidere”. Mi dice che ho due opzioni: parlare subito, o no. Noto come prendono una borsa e me la mettono sulle mani. Durante il viaggio verso Madrid mi danno colpi e schiaffi sulla testa e proferiscono continue minacce. Mi dicono che adesso si fermano e “ti lascio nuda, ti getto nella neve e ti apro come un canale”. El Comisario si toglie la giacca e inizia a strusciarsi sul mio corpo. L’altro poliziotto che stava al suo fianco “calma” El Comisario però anche mi minaccia: mi applicano per due volte la “borsa” (viene collocata una borsa di plastica sul capo della vittim,a chiusa attorno al collo, per provocare asfissia) nel tragitto verso Madrid.UN PRIMO PASSO PER IL PROCESSO DEMOCRATICO: PRINCIPI E VOLONTA’ DELLA SINISTRA ABERTZALE
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