Nace CELAC, Europa agoniza – Juna Carlos Monedero

 

 

 

 

 

Publico.es Sarkozy, Merkel, Rajoy hablan del continente. Les salen bancos, recortes, sacrificios sociales. Se les ha olvidado Europa. O nunca la entendieron. Empezaron en la política de políticos.Y cuando te socializas en esas reglas, ya no sabes encontrar el camino de salida. Te lo tiene que enseñar la gente en la calle.

José Mujica, Presidente del Uruguay, habla con Chávez y Morales en las reuniones de la CELAC. Dice con convencimiento de viejo y rabia de urgencia: “¡O las embarazadas de nuestros pueblos comen bien o sus niños van a arrastrar ese problema toda la vida!” Dolor de gente.  Dolor antiguo que llevó a Mujica a la cárcel. Y a Dilma Roussef, y a García Linera,  y a Raúl Castro, y a Hugo Chávez. Y a tantos otros cientos de miles. Cárcel, muerte, oprobio. Pero al final ganaron. Entraron a la política desde la calle. Guerrilleros convertidos en gobierno.

Europa tiene reyes, armas nucleares, bancos internacionales primas de riesgo y promesas de jornadas laborales interminables. En Suramérica hablan de romper con un norte que les ha invadido, robado el gas y el petróleo, los minerales, los frutos y las plantas. Un norte que les ha saqueado aerolíneas, trenes, comunicaciones, la tierra y el agua. Con ayuda de una oligarquía criolla, blanca y eterna, que veraneaba en Miami, en París y en Madrid. El nacimiento de la CELAC estaba lleno de negros que ya no son sombras.

33 países, 600 millones de personas, la reserva de petróleo, gas y agua del mundo, de la biodiversidad, de las culturas ancestrales. Ni China ni Europa entienden la madre tierra. América Latina sí. En la CELAC hablan de la Pachamama. Otra tarea para el Sur americano que no van a resolver en otros lados.

La OEA, dijo el Che, era el Ministerio de Colonias de los EEEUU. Expulsaron a Cuba después de la revolución, y el continente calló. Calló también cuando dieron el golpe contra Allende. Calló en el golpe contra Chávez. Demostró su impotencia en el golpe contra Honduras. Ahora, ha recuperado la voz y ya no necesita gendarmes. Decidir en el sur los problemas del sur.

Europa se creó sobre las cenizas del fascismo. La CELAC, sobre las cenizas del neoliberalismo. Sin Hitler, no habría UE. Sin EEUU, no habría CELAC. Chávez lo entendió y se montó en la grupa de Bólívar para señalar al norte por su responsabilidad y su amenaza. Por eso Mr. Danger. Por eso Pitiyankis. Por eso tenía que oler a azufre en Naciones Unidas. Para que el continente despertara. Para ver a quien no te deja ser.

Europa tenía mucho y lo está perdiendo. América Latina no tenía casi nada y lo está ganando. Europa está sumida en el miedo. América, en la esperanza. Apenas está naciendo. Queda todo por delante. Toma aire para lanzar el salto. Europa resuella sin fuelle. Europa suspira, Américase llena de oxígeno los pulmones. Con la misma madera, puedes hacer ataúdes o violines.

La CELAC nace con voluntad de ser. No se le escapan los problemas. Apostar por la ampliación en vez de por la profundización es generoso. Sentar en la misma mesa a quien podía ser el Israel de los Estados UNidos en la zona -Colombia-, al país condenado a compartir miles de kilómetros de frontera -México- o al gobierno que no sabe hablar mal de Pinochet -Chile- es un reto que merece la pena sólo fuera por la invitación  a estos gobernantes de que vuelven a a mirar hacia el Sur. En Europa, el núcleo duro lo componen los más egoístas -Alemania y Francia-; en la CELAC, los más desprendidos -los del ALBA-.

Escribió el poeta: en Europa, a la paloma de la paz se la comió la gallina de los huevos de oro. En Suramérica, aves de colores alzan el vuelo y obligan a mirar con altura.

Fonte: http://blogs.publico.es/juan-carlos-monedero/2011/12/05/200/


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GABI MUESCA: nord e sud Euskal Herria, una lotta comune

Intervista di Fermin Munarriz

Gara Fu militante clandestino del nord (militò in Iparreterrak (IK), organizzazione armata del Paese basco nord,  nata nel 1972). Venne arrestato ed incarcerato, scappò e venne nuovamente arrestato. Passò 17 anni nelle carceri francesi dove ancora ci sono 150 donne e uomini baschi. Per tre anni rimase in totale isolamento. Si dibatteva come un leone in gabbia ed arrivò a fare flessioni alle tre del mattino per combattere il freddo nella cella. Sentì odio però non si lasciò vincere. Ne piegare. Uscì e continuò a lavorare per la dignità di tutte le persone incarcerate. Oggi lavora in Emaus. E per il suo paese. Mantiene la sua coscienza “abertzale” intatta, Trasmette energia e determinazione. Sa che vincerà.

Il suo libro autobiografico si titola “la nuque raide” (La nuca eretta) perché un direttore di un carcere disse che lei non ha mai piegato la testa. Che cosa fa un prigioniero per non piegarsi?

E’difficile dirlo… Il carcere è disegnato per spezzare il prigioniero, però con alcuni non riescono. Nella mia casa ho appreso fin da piccolo che cos’è la dignità e, entrato in carcere, come militante sapevo perché ero là e che l’obiettivo della prigione era romperti. Per questo fui subito cosciente che anche là dovevo continuare ad essere io padrone della mia vita e non i carcerieri. Questa è la ragione per la quale ho resistito 17 anni senza piegarmi.

Come nacque la sua coscienza di sinistra e “abertzale”?

Da bambino appresi l’euskara a casa, però lo persi poco a poco nella scuola francese. A 15 anni i miei genitori mi dissero che dovevo recuperarlo e partecipai a dei corsi. Scoprì che l’euskara era qualcosa di incantevole. Ed in quel momento in Iparralde era abbastanza trascurato e molta gente lo disprezzava. La presa d’atto di quella situazione fu, forse, l’origine della mia coscienza nazionale.

D’altro canto, ha 17 anni entrai a lavorare in una fabbrica. Lì vidi che non ero rispettato come lavoratore e rapidamente nacque in me la coscienza di classe. Per questo, fin da giovane ho avuto una coscienza “abertzale” e di sinistra.

Perché decise di aderire e militare in Iparreterrak?

Con quanto ho spiegato prima il cammino era facile. IK esisteva e si presentava come una organizzazione che lottava per la liberazione nazionale e sociale. Per tanto, per me, entrarvi a far parte era un percorso naturale. Analizzavo le azioni di IK e pensavo che i suoi militanti avevano ragione. A Parigi non ascoltano ciò che i baschi di Iparrralde diciamo in modo legale per le strade, nelle manifestazioni…Non ascoltano niente: per tanto, è necessario rafforzare la nostra voce mediante piccole azioni affinché a Parigi ci ascoltino. Però una cosa è pensarlo ed un’altra è chiedersi “cosa faccio io”. E cos’ì entrai in IK, come giovane abertzale cosciente che desiderava contribuire con il proprio sforzo alla lotta.

Suppongo che questa è una decisione difficile: la lotta armata può significare il carcere, la morte….Lei ha conosciuto i lati più amari: diversi suoi compagni sono morti – Diddier Lafitte, incluso, al suo fianco (Diddier Lafitte venne ucciso l’1 marzo 1984 a Bayona da un poliziotto francese in una operazione nella quale venne arrestato Gabi Muesca )– e ha anche trascorso 17 anni in carcere..

Passa poco tempo è si è coscienti della gravità di una decisione come questa. Questo lo sappiamo e come “abertzales” siamo coscienti che il nostro obiettivo è vincere. Un giorno vinceremo però sappiamo che la lotta è lunga e che prima di allora si può incontrare la morte o il carcere. Tenendo in considerazione che diversi miei compagni sono morti e sono stati feriti gravemente, io poteri considerarmi fortunato di vere conosciuto solo la prigione: e dico fortuna perché, come persona e militante, ho appreso molte cose in carcere.

IK dimostrò che il conflitto basco non era una cosa solo di Hego Euskal Herria (nello stato spagnolo)?

Dimostrammo che una parte del popolo basco esiste nel nord, che Euskal Herria non sono solo le comunità del sud, ma anche del nord, che non esiste Euskal Herria senza Iparralde.

Perdura in Ipar Euskal Herria il patrimonio politico di IK?

E’difficile dire che grazie a noi è avvenuta la tal cosa..Ciò che esiste oggi è il lavoro di tutti. Non mi piace dare più importanza ai militanti di IK che, per esempio, ai professori di SEASKA (movimento per l’alfabetizzazione in euskara in Iparralde)..Tutti gli abertzale hanno la stessa importanza; e sappiamo che unendo tutte queste forze possiamo vincere.

Come euskaldunes (basco, colui che parla euskara) e come abertzales abbiamo conseguito insegnare al mondo che siamo baschi e che vogliamo essere solo baschi. Prima di IK molta gente diceva che quelli di Iparralde erano baschi però francesi. Non possiamo lasciare il nostro futuro in mano dei politici di Parigi o Madrid perché sappiamo che vogliono che il nostro popolo scompaia.

Come vede le relazioni tra gli abertzales del nord e del sud?

Stanno sempre più migliorando perché in questi ultimi venti anni si sono creati legami non solo nell’ambito politico, ma anche in quello culturale, in quello commerciale…che fanno si che ci conosciamo meglio. Per molto tempo, per la gente di qui, quelli dell’altro lato erano spagnoli, però poco a poco abbiamo dimostrato che siamo uguali: baschi. Per secoli siamo stati separati, però c’è qualcosa che ci unisce al di là di tutto: la nostra lingua e la nostra cultura. E’ caduto un tabù perché ci siamo conosciuti mutuamente. E penso che la nostra lotta deve rafforzare questi vincoli a tutti i livelli: tra i bambini, tra gli sportivi, tra i lavoratori….

Si dice che il razzismo è la paura a ciò che non si conosce. E vediamo, ad una altro livello, che ci è passato lo stesso: tra la gente di Iparralde ed Hegolade è esistita una “muga” (frontiera, confine) che ci ha impedito conoscerci per secoli. Credo che questa muga stia cadendo anche grazie al lavoro degli abertzales. Sono contento nel vedere che giovani di qua vanno nell’altro lato a studiare nell’Università o a lavorare…Così si costruisce Euskal Herria del futuro.

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