IL PROFILO DEMOCRATICO – IÑAKI EGAÑA

Nell’anno 1928, il regista che sarà poi comunista, Mauro Azcona, diresse una dei primi film che vennero realizzati nel nostro paese, El Mayorazago de Basterretxe. Non era ancora nata la fabbrica i Hollywood però subito divenne patente che le differenze saranno abissali.  Il governatore civile della Bizkaia, dopo aver letto il copione, proibì che la bandiera che ondeggiava nella ezpatadanza della scena iniziale del film fosse la ikurriña, suggerendo che, comunque, fosse la bandiera spagnola. Azcona scelse invece della spagnola una bandiera bianca.

Eppure, anche il bianco era scomodo. Quarant’anni più tardi, in un’altra delle dittature abituali nella storia di Spagna, tre agguerriti cavalieri si lanciarono nell’avventura di girare Ama Lur: Nestor Basterretxea, Fernando Larruquert e Julio Amostegui. Allora, i garanti dell’ essenza ispanica eliminarono la scena nella quale l’Albero di Gernika appariva innevato. La purezza, la metafora del popolo candido non era valida. Si doveva militare nello spagnolismo e per questo, dopo aver cancellato l’albero bianco, obbligarono ad introdurre la parola “Spagna” in tre occasioni durante il film.

Quaranta giorni fa, altri 40 anni dopo, due giovani della Guipuzcoa sono stati arrestati dalla Ertzantza per aver affisso dei manifesti che si riferivano ad un fatto avvenuto 33 anni prima. Secondo quanto riferisce il movimento pro amnistia, niente meno che per tre volte, come quelle di Pietro negando a Gesù, gli arrestati dovettero ascoltare il “Cara al Sol”, inno falangista di infausti ricordi.

C’è una linea nel tempo, un eco sostenuto nel fondo, come quello del Big-Band tra le galassie dell’ universo, che ci ricorda la sottomissione. L’umiliazione. Che ci avvisa che, nati ieri, l’altro ieri o ancor prima, il destino è lo stesso. Spagna è l’esempio ripetuto mille e un’ volta, come ricordò Albert Camus, che la ragione può essere sconfitta con la forza. Che la democrazia è fragile e che la sua rivendicazione, anche nel XXI secolo, può essere rivoluzionaria. Nonostante la prostituzione del linguaggio.

Mille e una volta ricordiamo che la tradizione democratica spagnola si misura in gradi Farenaheit e non in centigradi, soprattutto quando si tratta di basse temperature. Mi sembra uno scandalo che Ares rettifichi il sindaco di Donostia, del suo proprio partito, per dirgli che la tortura non è un tema di diritti umani, bensì di politica antiterrorista. Da quando? Quando lo sentì la prima volta non ci credevo.

Nel 1999, il Tribunale Superiore di Giustizia israeliano decretò che la “pressione fisica”, l’eufemismo della tortura, non era permessa durante gli interrogatori però aggiunse che il Governo israeliano poteva legalizzare la tortura se lo considerava opportuno. L’uscita, ad un simile scandalo, la diede il Procuratore Generale di Israele che manifestò che si sarebbe riservato il diritto di non perseguire quelli che utilizzassero la “pressione fisica” negli interrogatori. Uscita alla spagnola. Alla Ares, al quale propongo, dopo la tirata di orecchie che ha dato al sindaco di Donostia, che lasci stare certe sottigliezze e chieda al Tribunale Supremo spagnolo la legalizzazione della tortura.

Certamente, ho sentito da Ares un ritornello che si ripete, una volta dopo l’altra, ogni volta che risuonano gli echi dei maltrattamenti: il manuale di ETA. E siccome è  ormai vecchia la storia mi sono preoccupato. Alla fino ho trovato questo manuale che non era altro che un libro. Un libro titolato: “I tuoi diritti di fronte al muro”. Pagina 216: “Nel caso in cui sei stato sottoposto a maltrattamenti fisici, psicologici o torture durante la tua permanenza nelle dipendenze di polizia, appena arrivi in carcere dovrai presentare una denuncia all’ufficio del giudice istruttore…” Etcetera. Il libro è stato legalmente registrato (NA 3362-2002) e ISBN (84-607-6299-8). I suoi autori: “Avvocati di prigionieri politici baschi”. E con questa firma, quelli che si definiscono giornalisti hanno già un argomento per modificare l’autore. In fin dei conti, se “tutto è ETA”…

Sapete come si costruisce una notizia come questa? L’Ufficio Stampa del Ministero degli Interni, secondo quanto riferisce la sua pagina web, elabora una notizia alla quale aggiunge una piccola indicazione: “Questa informazione può essere utilizzata senza la necessita di citare la fonte”. In questo modo, tutti i mezzi d’informazione copiano la stessa cosa. Poco dopo la notizia trova spazio nel sito web del Ministero, in un archivio che qualsiasi cittadino può consultare. E la sorpresa è grande: “L’informazione che appare in queste pagine non ha carattere ufficiale poiché è stata elaborata a partire da notizie procedenti da diversi mezzi di comunicazione (radio, televisione, agenzie stampa e quotidiani)”. Ciò che ha generato e trasmesso il Ministero lo trasforma in ufficioso. Verosimile. Che istituzione garantisce quindi il label ufficiale? Vi invito ad andare a vedere la trappola.

E’ una dimostrazione in più della mancanza di rigore, di assenza di garanzie democratiche. Non sembra vero, in certe occasioni, di essere nell’anno 2010. E’ evidente che gli stati non mettono di dominio pubblico le violazioni dei diritti, i dati della tortura, lo sgombero forzato di abitazioni, per fare qualche esempio. Per questo non possiamo fare altro che elucubrazioni in un ipotetico raking sulle libertà individuali e collettive.

Non posso qualificare precisamente, però sospetto che il profilo democratico spagnolo è sommamente basso quando un ex Procuratore Generale Anticorruzione, come Carlos Jimenez Villarejo, rispetto al pagamento da parte del Banco di Santander dei corsi negli USA al giudice Baltazar Garzon dica testualmente: “Sono 25 anni che le associazioni dei giudici e pubblici ministeri, conservatori e progressisti, hanno celebrato congressi mangiando dal piatto delle banche e casse di risparmio, che hanno dato somme importanti, hanno pagato spese per l’alloggio e sicuramente qualcosa di più”. Dove ci è toccato vivere, per Dio!

E continuo a pensare che questo profilo democratico continua inalterato, come quando Mauro Azcona o Fernando Larruquet si dedicavano al cinema, 40 e 80 anni fa, nell’osservare il tira e molla tra fascisti e progressisti sulle sorti proprio del giudice citato, Baltazar Garzon. Giudice, che adesso cercano di togliere dal pantano della sua prevaricazione (c’è stata una legge Ley de Punto Final osannata da tutta la classe politica spagnola, modello di concordia e bla, bla, bla,..), che ci ha lasciato decine di istruttorie esemplari di com’è la magistratura spagnola. Retrograda.

E come si suole dire, gli esempi non mancano. Ricordate quella istruttoria del 2002 sulla “pulizia etnica”, nella quale Garzon confuse capre con cavoli, vale dire le nascite in ospedali provinciali con movimenti etnici clandestini? Bene, in quell’istruttoria 35/2002, istruito dal suddetto, si dice testualmente: “Anche se ETA non esistesse o scomparisse la Kale Borroka (azioni di sabotaggio ndt), o questa non si fosse mai verificata, Batasuna per i metodi che utilizza, costituisce da un punto di vista giuridico-penale una associazione illecita”. Impressionante. Come nell’epoca di Mauro Azcona. Non basta con essere spagnolo, bisogna esercitarlo.

Jack London, del quale poco fa sono stati tradotti allo spagnolo i suoi articoli politici (“En Ruta”), racconta un aneddoto che gli capitò in Niagara. Un mattino vennero condotti 16 detenuti dinnanzi al giudice, accusati di vagabondaggio. Ognuno di loro passava dinnanzi al giudice per soli 15 secondi. Il magistrato non gli permetteva nemmeno di difendersi e nemmeno di parlare. Uno dei detenuti volle fare valere i suoi diritti e dopo molte proteste finalmente ebbe un minuto di gloria. Indignato, espose la sua difesa. Tutti furono condannati a 30 giorni di prigione, eccetto quello che aveva parlato: 60 giorni, il doppio degli altri.

Non basta sottomissione, la si deve esercitare.

Ed è questo l’obiettivo che ci trasmettono. Il lehendakari (presidente) navarro Sanz ci ha appena offerto uno degli esempi plastici del suo profilo. Ha detto che non assiste più alle partite di calcio nel campo del Vecchio Regno, prima Sadar, per non dovere vedere ikurriñe. Non è il 1928, non è il 1969. Nemmeno il 1981. Siamo, anche se forse non l’avete indovinato, nel 2010. “O giochiamo tutti o rompiamo il mazzo” lo ha appena finito di dire un colonnello dell’ Esercito spagnolo, Angel Manuel Adan Garcia, a proposito della memoria. Come sempre.

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Mal empezamos en la cuestión de las víctimas del conflicto cuando las mismas las reducimos a las ocasionadas por ETA desde 1968. ETA es una expresión del mismo y no su origen, por lo que comprimir la tragedia a las causadas por la organización que nació diez años antes de esa fecha es una manipulación. Memoricidio, según el argot más moderno.

Tampoco es de recibo reducir la responsabilidad del Estado a cuatro excesos de funcionarios a sueldo y tapar, como es tendencia atávica, decenas, cientos de víctimas, a las que se esconde bajo la alfombra para trampear la realidad. En algunos de los casos, además, se convierte una ejecución en un acto difuminado de enfrentamiento o de casualidad. Un ejercicio, por otro lado, dedicado a condimentar con perejil democrático otro memoricidio de signo similar al anterior.

Como no creo que sea de recibo y de la misma manera, el partir del análisis que hace el Estado de tiempos, situaciones, espacios e incluso modos de matar y de morir. Si hasta ahora ese mismo Estado ha negado su evidencia, ¿va a cambiar ahora de la noche a la mañana de perspectiva? La experiencia nos dice que, en la medida que pueda, y para ello no importa quién esté en el poder, seguirá eludiendo responsabilidades. Le ha sucedido al PSOE, víctima en la guerra civil y del franquismo, que ha sustituido precisamente a los victimarios en la ocultación de la verdad de las épocas citadas en cuanto llegó a tener responsabilidad de gestión política.

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