COLOMBIA AL VOTO TRA CONTINUITA’ E INCOGNITE – GUIDO PICCOLI

Domenica si vota. La novità non è questa. In Colombia si è sempre rispettata la forma, anche quella della democrazia: un solo colpo di stato nell’ultimo secolo (oltre tutto pilotato dai due partiti fotocopia, il liberale e il conservatore) è un bel record nel continente dei golpe. Bella democrazia, peccato che voti sempre meno della metà degli aventi diritto e che quelli che vanno alle urne siano in buona parte pagati o minacciati. E peccato che siano stati ammazzati i candidati con possibilità di vittoria che avessero osato mettere in discussione non dico le fondamenta del regime (come il sistema economico o l’alleanza – anzi, la sudditanza- con gli Usa), ma anche che sembrassero voler colpire la corruzione, l’impunità o attenuare le ignobili differenze tra ricchissimi e poverissimi. Basta fare due nomi, quello di Jorge Eliécer Gaitán e Luis Carlos Galán, due leader liberali ammazzati dallo Stato per mano di sicari civili: un disperato nel primo caso nel 1948, dei mafiosi nel secondo nel 1989.

La novità è la contesa aperta ad ogni risultato tra il rappresentante dell’oligarchia, Juan Manuel Santos, rampollo di una delle famiglie più potenti del paese che controlla “El Tiempo”, l’unico quotidiano a circolazione nazionale, e Antanas Mockus, un outsider, un politico sui generis figlio di questi tempi incerti e comunque un incontrollabile. Nonostante non abbia un’organizzazione alle spalle (quello con cui si è presentato, il Partito Verde, è un circolo composto per lo più da appartenenti agli strati alti della popolazione urbana) sembra che Mockus abbia buone possibilità di battere Santos. “Sembra” perché ad attribuire ai due contendenti più o meno lo stesso gradimento elettorale sono i sondaggi d’opinione, dei quali era lecito dubitare quando attribuivano una popolarità record a Uribe ed è lecito farlo ora. Sono molte le cause che giustificano lo scetticismo, a cominciare dal fatto che vengano realizzati al telefono, escludendo la gran parte dei colombiani che non lo possiede (in Colombia ci sono, in percentuale, 1/3 dei telefoni fissi e 1/10 dei cellulari rispetto all’Italia).

E’ immaginabile però che a Mockus vada il voto d’opinione di un paese stanco di guerra e di una corruzione che ha generato uno scandalo al giorno e che vede in Santos l’erede di Uribe, senza però il suo carisma e la sua capacità di spargere illusioni.

La lettura delle prime pagine dei maggiori giornali, a cominciare proprio da “El Tiempo”, dipinge la Colombia dopo otto anni di presidenza di Uribe. Si va dagli scandali, come il mandato di comparizione dello stesso Uribe come testimone per l’attività criminale della polizia segreta alle sue dipendenze, il DAS, o la pubblicazione sul “Washington Post” delle accuse di un alto ufficiale contro suo fratello, Santiago Uribe, per avere finanziato uno dei tanti gruppi di sicari paramilitari, chiamato dei “Dodici apostoli”. E poi un’imboscata della guerriglia, costata la vita ad una decina di soldati nella regione pre-amazzonica del Caquetà e scontri in altre zone del paese a testimoniare. E ancora le denunce di piani per attentati contro lo stesso Mockus e il candidato del Polo Democratico Alternativo, Gustavo Petro, che ha il merito di avere evidenziato in parlamento le relazioni tra politici e paramilitari.  E infine, l’aumento degli omicidi selettivi contro difensori dei diritti umani e leader comunitari, attribuiti come sempre ai gruppi paramilitari (due solo nell’ultima settimana). La Colombia appare in tutto e per tutto sostanzialmente uguale a quella che Uribe promise di cambiare nel 2002. Non è servita la sua “cura” autoritaria per guarirla dalla sovversione e dal narcotraffico, per non parlare della miseria e dell’impunità. Le ragioni dell’ascesa di Mockus e delle difficoltà di Santos, e in genere dei rappresentanti dell’oligarchia padrona del paese da un secolo e mezzo, sono tutte qua. A pochi giorni dal voto anche i militari si sono fatti sentire: ci sono state riunioni di generali che hanno affermato di sentirsi abbandonati dallo Stato e perseguitati dalla giustizia: tutto questo per alcuni arresti di semplici esecutori degli omicidi di civili fatti passare per guerriglieri (i famosi “falsi positivi”). E poi sono arrivate, a sorpresa, le dimissioni del comandante delle Forze Armate, generale Freddy Padilla. Il futuro è quanto mai incerto. Non è scontato il vincitore. E non è nemmeno scontato che, in caso di vittoria dell’incontrollabile Mockus, la Colombia non rompa con la sua tradizione di paese senza golpe. Una prima risposta arriverà domenica prossima, sempre che non succeda qualcosa d’eclatante prima.


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Lo ha fatto intendere il direttore della CIA Leon Panetta. Per arrivare a bin Laden i servizi segreti americani hanno estorto confessioni a Guantanamo, con metodi come il ‘waterboarding’ provocare asfissia al detenuto immergendo la testa nell’ acqua. I farisei si strappano le vesti quando è logico che sia così. Si ricorderà il film   “Soldato Blu” (Ralph Nelson, 1970), nel dialogo tra due “bianchi” dove si dice che “strappavamo lo scroto degli indiani per metterci il tabacco”. Fort Bragg dove i consiglieri statunitensi hanno formato centinaia di funzionari delle forze di sicurezza della America Latina, hanno elaborato delle tecniche di sterminio la cui perversione non ha limiti. Impalare bambini “perché sarebbero diventati terroristi”, (El Salvador) squartare (Colombia), ammazzare bambini sbattendoli contro le pietre (Guatemala) e decine di altre nefandezze. Il tutto per difendere la democrazia, dal pericolo allora “comunista”. Se questo mondo non fosse anche dominato dalla ipocrisia spocchiosa e criminale, la notizia del ‘waterboarding’ non sarebbe notizia, come un multa data per sosta vietata, ma naturale e logica parte integrante di “questa” democrazia. Come l’ esistenza dei bin Laden Noriega, Bokassa, Idi Amin, Mobtu, Pinochet etc etc Con le ammissioni di Panetta si sono sentiti sollevati, se mai avessero avuto qualche problema di coscienza, quei funzionari delle forze di sicurezza dello Stato spagnolo che la cultura del ‘waterboarding’, le cui origini sono medioevali (allora serviva a  combattere “gli eretici”), l’hanno applicata, un giorno si e uno anche, alle centinaia di baschi e basche arrestati in questi ultimi cinquant’anni.

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