El saludo de las FARC-EP al Secretario John Kerry
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El Secretario de Estado de los Estados Unidos de America, John Kerry, se encontró ayer con las delegaciones del gobierno colombiano y de las FARC-EP.
Aquí publicamos el saludo de las FARC-EP al Secretario Kerry.
Señor JOHN KERRY, Secretario de Estado de los Estados Unidos de América
Por su intermedio agradecemos al Gobierno de los EEUU el respaldo a los Diálogos de Paz entre el Gobierno de Colombia y las FARC-EP que buscan en la Mesa de La Habana poner fin al más largo conflicto armado del hemisferio occidental.
Junto a Noruega, Cuba, Venezuela y Chile, Washington ha ayudado en los momentos difíciles a encontrar caminos de entendimiento entre las partes. Ello ha permitido que un sector importante de la sociedad colombiana comience a percibir a EEUU como un amigo de la solución política, y el histórico encuentro con las FARC-EP en la ciudad de La Habana, contribuye a fortalecer tal sentimiento. Esto ha sido un logro de la administración del Presidente Barack Obama.
Agradecemos el trabajo realizado por el enviado especial del Departamento de Estado, Sr. Bernard Aronson, quien nos ha ayudado a comprender la visión de los EEUU sobre Colombia. Aspiramos a que por su intermedio, también comprendan nuestra altruista lucha, llena de ideales y de humanismo. Al fin de cuentas, durante décadas de confrontación, las FARC-EP no han hecho otra cosa que seguir la justa proclama de la primera Declaración de derechos humanos del planeta, la del buen pueblo de Virginia, del 12 de junio de 1776, reiterado el 4 de julio con estas sabias palabras:
“(…) cuando una larga serie de abusos y usurpaciones, que persigue invariablemente el mismo objetivo, evidencia el designio de someter a los pueblos bajo un despotismo absoluto, es el derecho de ellos, es el deber de ellos, derrocar ese gobierno y proveer nuevas salvaguardas para su futura seguridad. (…)”
Nos asisten razones para creer que los EEUU están en condiciones de ver en las FARC-EP un socio confiable en la construcción de la paz continental, y esperamos que en consecuencia, nos reconozcan como una fuerza política empeñada en la expansión de la democracia y el progreso social de Colombia.
Es nuestra intención seguir trabajando resueltamente en estos pocos meses que nos separan del Acuerdo Final, con la certeza de que nada es posible sin la providencia (Nil sine numine); y todo, incluso lo más difícil, es posible de solucionar con buena voluntad.
Para tal propósito hemos entregado a los plenipotenciarios del Gobierno de Colombia y a los países garantes, una hoja de ruta que contiene elementos fundamentales como el Cese al Fuego y las hostilidades, la dejación de las armas, garantías de seguridad y fin del paramilitarismo.
Al respecto, Sr Kerry, por su conducto pedimos a EEUU ayude a frenar la violencia paramilitar, que en medio del proceso de paz, sigue impunemente segando la vida de defensores de Derechos Humanos y dirigentes sociales.
Complementariamente le proponemos contribuya a poner en marcha ya el Acuerdo logrado en la Mesa de Diálogos sobre solución al problema de los cultivos de uso ilícito con la implementación de los proyectos y programas económicos alternativos acordados en beneficio de los campesinos.
Finalmente queremos expresarle nuestro convencimiento de que en fecha no lejana le daremos la buena nueva al país y al mundo que Colombia ha llegado a la paz. Los pasos que estamos dando así lo auguran. Uno de los más importantes, es sin duda, la aprobación por el Consejo de Seguridad de NNUU de la Resolución 2261 que establece una misión política encargada del monitoreo del Cese bilateral de fuegos y hostilidades, así como de la dejación de armas.
Trabajemos para que se haga realidad la aspiración de que América Latina y el Caribe sean una zona de paz.
DELEGACIÓN DE PAZ DE LAS FARC-EP
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Una sinistra reale maggioranza relativa in un angolo d’Europa , ma non ditelo a nessuno!
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Una premessa. Il risultato elettorale di domenica 22 maggio nel Paese basco non è esistito, o quasi, sui mass media italiani. Offuscata dalla reminiscenze del “miracolo spagnolo” di alcuni anni fa, o del siamo “tutti Zapatero”, della sinistra nostrana, la realtà di oggi, ma che era anche quella di ieri, riporta a dover fare i conti con una situazione completamente diversa. Una crisi economica da paura, con il 21% di disoccupazione e Zapatero in caduta libera di consensi dopo aver approvato un pacchetto di misure economiche che colpiscono i diritti dei lavoratori e sono approvate dai banchieri, Botin, presidente del Banco de Santander, il primis. E la sinistra indipendentista basca entra nel panorama istituzionale basco dalla porta grande, nonostante all’ultimo minuto utile, il Tribunale Costituzionale abbia legalizzato la sua presenza attraverso la formula Bildu.
Non è nuovo questo atteggiamento informativo. Negli anni della lotta armata di ETA, il pretesto “terrorista” ovviava considerare e analizzare in profondità il movimento politico della sinistra indipendentista che si faceva interprete di una sentire sociale e politico che andava oltre il consenso, di per se significativo, di Herri Batasuna, Euskal Herritarrok o Batasuna. Ciò che non si prendeva in considerazione, per esempio, era quanto sosteneva il poeta spagnolo José Bergamin, che decise di trascorrere gli ultimi anni della sua vita nel Paese basco, dove mori nel 1981, per il quale le province basche era l’unico luogo dove era rimasto vivo e dominante lo “spirito della repubblica” schiacciato dalla genocida regime di Francisco Franco. Un altro dato nascosto o peggio stigmatizzato dalla sinistra italica, era la natura “nazionalista” del movimento indipendentista basco, quando in realtà queste affermazioni trasudano una concezione “grande nazionalista”. Quella che considera, di fatto, i grandi stati nazione come referenti naturali, quando la loro storia è macchiata dai più grandi crimini che l’umanità abbia conosciuto. Il movimento indipendentista basco si è consolidato come corrente ideologica e politica durante il franchismo con la nascita di ETA, rappresentando un riferimento per tutti quei movimenti che univano la rivendicazione/constatazione della propria esistenza culturale nazionale con la questione sociale e di classe. Un antidoto storicamente radicato che è l’unico veramente capace di fare fronte, sul terreno politico identitario e di classe, alla canea regionalista xenofoba montante in Europa che si è diffusa anche grazie anche la vuoto politico e di analisi della sinistra “grande nazionalista”. Insomma il silenzio di oggi si basa su una mistificazione di ieri dove la spocchia della intelighentia di sinistra è stata speculare alla arroganza della destra economica e politica egemone ai nostri giorni.
Ci troviamo quindi con una sinistra, nel cuore dell’ Europa, la cui proposta politica consiste nella centralità delle classi lavoratrici, nel domino della politica sulla economia, nella partecipazione diretta nella vita politica e sociale dei cittadini e cittadine, nella solidarietà interna ed esterna, nella constatazione della pluralità culturale con pari dignità, nella rottura della cultura patriarcale, omofoba e xenofoba… che è diventata maggioranza relativa in termini elettorali, dopo che lo è a livello sindacale e sociale. Visto il panorama politico europeo forse qualche riga in più, un piccolo sforza magari in taglio basso, i mass media, almeno quelli più “sensibili” a certe tematiche lo avrebbero potuto fare.
Il voto.
Nelle quattro province basche, Bizkaia, Guipuzcoa, Alava e Navarra la settimana scorsa sono stati chiamati alle urne 2.197.000 elettrici ed elettorali per il rinnovo dei consigli comunali e in Navarra anche per la Diputacion Foral, il parlamento autonomo provinciale. I dati della Navarra che utilizzeremo sono quelli della Diputacion dove un maggior numero di votanti ha espresso la propria preferenza. L’astensione è stata di 740000 votanti.
Lettera da un carcere turco
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In una dichiarazione fatta uscire dal carcere di Istanbul dove è detenuto da due settimane, lo scrittore ed editore Ragip
Who is the greenest ? Or, who wants peace
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It would be somehow funny, if indeed the issues were not so serious, to sit and listen to PM Erdo?an delivering one of his “inspired” speeches over current issues. Take for example his latest remarks on what he called “the solution process” (i.e. the process for a solution to the Kurdish issue) and the protests by Middle Eastern Technical University in Ankara.
On the “solution process”, Erdo?an pronounced the following quite threatening words: “The side to break the process will pay the price” and added: “We will never be the side to break it”. Now, a smile would shape the lips of everyone even not so familiar with the current state of affairs on the Kurdish question. Because indeed it is clear that while the Kurds (be it the PKK with its ongoing ceasefire, or the BDP with its ongoing proposals and attempts to break the deadlock) keep moving and trying to revive the process times and times agains, the government has chosen – to use en euphemism – a “waiting attitude”.
The question is, waiting for what ? As Godot will not turned up, clearly the government is trying – by stretching things to the limit – to push the Kurdish side into some kind of action which Erdo?an could finger at as “leaving the table”. The problem is that at present there is no “table”. And consequently no table to abandon.

