Paese basco: voci di pace, arresti nel mucchio

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Il genitori riescono, non tutti, a scambiare qualche parola con i loro figli prima di entrare in carcere. Percosse umiliazioni anche sessuali, soprattutto alle ragazze. Preoccupazione dei giovani nei confronti dei loro genitori. Ma adesso più tranquilli. Passato il tormento dei commissariati c’è la sofferenza del carcere. Ma è un’altra cosa. La notizia della manifestazione di Bilbao con più di 20.000 persone, soprattutto giovani, che hanno sfilato per protestare contro gli arresti sono un’iniezione di fiducia.

 

A Donostia, San Sebastian, incontriamo alcuni genitori. Dolore ma anche orgoglio per figli che “hanno la unica loro colpa essere indipendentisti di sinistra amare il loro popolo e chiunque si emarginato ed oppresso”. Ana madre di Ehiar, 20 anni, ammette che “qualsiasi genitore dice di suo figlio che è il più bello il più alto ed il più buono. Però veramente non saprei cosa rimproverare a mio figlio. Di aver superato gli studi lui che aveva enormi difficoltà a studiare? Di aver intrapreso la strada di educatore sociale? Di lavorare in un centro per detenuti comuni, con immigrati? Di aiutare chiunque abbia bisogno?”. Izaskun madre di Maialen (22 nni): “Nel quartiere Egia dove noi viviamo c’è molto impegno civile,  e lei sempre ha avuto una passione per i bambini. Studiava il terzo anno di educazione infantile e poi dava lezioni ad un bambino con difficoltà. È molto conosciuta nel quartiere e dimostrazioni di affetto e sostegno che abbiamo ricevuto sono state innumerevoli. Maialen vive i problemi sociali con passione e forza. Lavora nelle attività sociali del quartiere e fa parte di Bilgune Femminista una associazione di donne della sinistra indipendentista.” Tutte le madri concordano nelle dimostrazioni di affetto e sostegno ricevute. “Nonostante il Governo  pensi il contrario non siamo isolati. Facciamo parte di questo popolo ed i nostri figli sono riconosciuti per quello che fanno tutti gironi non per la loro ideologia”. Amaia madre di Oier (23 anni), dopo 13 giorni non ha potuto vedere ancora suo figlio. “Oier si è laureato in chimica. L’anno scorso ha studiato in un laboratorio di Bordeaux ottenendo la media del nove. Voleva fare un master. È un ragazzo che cerca di dare sempre il massimo. Mi diceva il suo professore che nel laboratorio era il primo che entrava e l’ultimo che usciva anche se non era necessario. Nel quartiere di Amara dove noi viviamo partecipava alla attività sociali. Ha collaborato anche con lo sbarco dei pirati (una festa di giovani che a San Sebastian, durante la festa della città, simulano uno sbarco di pirati sulla piaggia della Concha. Sono ormai migliaia i giovani che ogni anno si danno appuntamento, ndr). E molto sensibile. Quando un suo amico ha avuto qualche problema lui si preoccupa e sta male.” Rosa e Pedro sono i genitori di Garazi (22 anni). Un’altro loro figlio, alcuni anni fa, ha dovuto affrontare il carcere per questioni politiche. “Garazi ha un carattere forte, dice Rosa, come il mio del resto. Lei è una ragazza piena di aspettative. Studia psicologia e lavora in una mensa. Come tutti i giovani ha dei sogni. Diceva sempre: cosa voglio dal mio futuro? Voglio essere psicologa, voglio avere un bambino, voglio state con il mio compagno e sono andati a vivere insieme. Vogliamo essere indipendenti, dice, ma con 1300 euro come facciamo? Per questo diceva bisogna lottare qui e fuori. E andata in Venezuela a stare con la gente, è andata a Cuba. Lavora nel quartiere. Come gli altri è molto preparata ha un carica emotiva forte si impegna affinché altri possano contribuire al cambiamento. Per questo a volte si carica di problemi. Una ansia di giustizia che non gli impedisce di esser allegra. Belen è madre di Aitziber (24 anni). Racconta che sua figlia terminati gli studi sociosanitari è stata assunta in uno laboratorio dentistico. “Lei mi diceva che i suoi colleghi non condividevano le sue idee. Eppure il giorno dopo l’arresto il responsabile mi ha telefonato e mi ha detto che gli terranno il posto di lavoro perché “noi sappiamo che è Aitzibel ed è una ragazza che merita. Non crediamo a quello che hanno scritto i giornali”. La cosa ha fatto un ‘immenso piacere a nostra figlia. A mio marito nel quartiere alcuni ragazzi che conoscono Aitzibel gli hanno detto come ‘è possibile che abbiano arrestato Aiztibel che è una come noi?”

 

Sono sfoghi di genitori che vogliono a tutti costi difendere i loro figli? A leggere le motivazioni che da il giudice per realizzare una retata di queste dimensioni, auto 148/2009,  sembra proprio di no. L’obiettivo dichiarato dell’ operazione è impedire la costruzione di una organizzazione che raggruppi la gioventù “del Paese basco e di altre comunità autonome con una forte caratterizzazione ideologica”. Le prove a carico? Riunioni in centri sociali, in consigli d’istituto o universitari; organizzare conferenze stampa, manifestazioni pubbliche; megaconcerti o marce in montagna, feste di quartiere. Tra il numeroso materiale sequestrati nelle abitazioni, magliette, adesivi, cd, accendini, etc. Sia nelle motivazioni che nel materiale sequestrato del richiamo od incitamento ad azioni di sabotaggio o alla lotta armata, nulla. Solo nelle deduzioni palesemente forzate del giudice, che arriva a modificare il senso delle parole,  l’uso della violenza con fini politici appare. “Credo che disgraziatamente – afferma Pedro il padre di Garazi- il governo vuole giovani che pensino al sabato sera e punto. Hanno paura di giovani che vogliano costruire una società diversa perché in tal caso i loro affari hanno i giorni contati”.

 

“Per i nostri figli –dice Ana – Euskal Herria deve essere la terra di chi ci vive. Hanno un’idea idealista. Mio figlio lavorava in centro di aiuto all’immigrante. La sua idea di nazione basca è chiara”. “Come potrebbe esser altrimenti –aggiunge Rosa- Io sono di Caceres (Estremadura) mio marito è nato in Galizia e mia figlia ha compreso che Euskal Herria è la nazione basca di chi ci vive. Le radici, le origini sono una questione personale. Che uno sia senegalese, arabo o di Madrid che importa. Per questo per noi e per i nostri figli indipendenza vuol dire costruire una società per chi ci vive, solidale e con gli altri popoli del mondo su un piano di uguaglianza. I nostri figli hanno un’idea della nazione e dello stato che è molto aperta”. Amaia ricorda quando tornò da una manifestazione contro l’ennesimo episodio di violenza sulle donne e disse a suo figlio che le sembrava grave che non ci fossero tante donne. “Oier mi rispose: mamma grave è che non ci siano tanti uomini non solo le donne. Perché per ogni violenza sulla donna, donne e uomini dobbiamo ribellarci. Perché questa è una tragedia che ci riguarda tutti”. 

 La discussione si fa intensa e fra tutti emerge una constatazione: che questi arresti giungono quando la sinistra indipendentista basca propone un piano di soluzione politica del conflitto. Che hanno arrestato i loro figli ma poteva toccare a migliaia di altri. Che orami è una lotteria. Dopo gli arresti di presunti dirigenti del movimento politico Batasuna, accusati di preparare il documento per una soluzione politica e democratica, adesso tocca ai giovani. “Il governo ha paura che dalla sinistra basca nascano proposte di soluzione politica al conflitto. Il governo sa che sul terreno politico è debole.. Quindi vogliono spingere la sinistra basca alla clandestinità ed alla risposta violenta”. Delle violenze subite dai loro figli prevale il pudore, la rabbia, il non voler presentarsi come vittime, quasi fosse “normale” i trattamenti aberranti delle forze di sicurezza spagnole. Rosa ricorda che durante l’incontro avuto con l’uscente Vescovo di San Sebastian, Setien, disse al prelato: “Quello che è successo ai nostri figli le violenze le umiliazioni purtroppo non possiamo farci più nulla. Noi chiediamo a lei come a tutte le personalità che possano far sentire la loro voce che queste violenze  non avvengano più. Io aveva paura quando mia figlia era in commissariato. Adesso che è in carcere ho solo dolore ma sono tranquilla”. Nonostante la discrezione un’aspetto delle violenze subite dai giovani nei commissariati polizia indigna maggiormente. La violenza sulle ragazze. “Se come donna mi picchiano mi degradano ma se toccano la mia sessualità mi annichiliscono”, ricorda una madre.

Terminata l’intervista gli ultimi saluti. Domani molti di loro andranno trovare i loro figli e figlie. Inizia una nuovo periodo della vita. Come per altre centinaia di famiglie di Euskal Herria. Preparare le borse con i vestiti, il denaro per poter telefonare, l’elenco degli amici e parenti per le visite. Prima di lasciarci mi dicono. Se qualcuno ti chiede perché gli hanno arrestati, perché nel cuore dell’ Europa succede questo digli perché sono “gazte independentistak, giovani che credono in una Euskal Herria indipendente giusta solidale e basata sull’uguaglianza”.  

 

Ritorniamo verso il centro della città costeggiando la Concha, la baia di Donostia. Il cielo plumbeo che ogni tanto lascia cadere il txirimiri, la pioggia sottile del golfo Cantabrico, fa pensare. Che in un “paese moderno del primo mondo” c’è chi, giovane e meno giovane, non si rassegna a vivere la comodità, la società dei consumi, l’uniformità di pensiero. Che lancia la sfida per un nuova modernità, plurale ma tra uguali, che chiede di essere riconosciuto per quello che è. Per contribuire a rompere gerarchie e a ricostruire la storia. Quando si ascolta parlare i protagonisti e le protagoniste di questa vicenda europea che appare solo quando la voce della rabbia si tramuta in violenza, si apprende gli aspetti di fondo del conflitto. Che smontano gli stereotipi, che mescolano le carte di un gioco che per adesso ha un solo giudice che però è anche giocatore. Si capisce che qui in Euskal Herria non è solo un conflitto per  riconoscimento di un identità. C’è l’ambizione a costruire una società che non dimentica, che vuole fare propria la memoria storica senza nascondere “per ragioni di stato”. Il poeta ammoniva:  “alcuni baschi confondono l’essere liberi con l’essere grandi, alcuni baschi confondono l’essere liberi con possedere una storia. C’è addirittura chi considera essere liberi con l’avere una morale o un’ideologia. Però i nostri “poderosi” non sono mai stati “popolo basco. Solo se saremo un popolo libero saremo come un qualsiasi altro popolo, perché mentre non lo siamo alcuni da fuori, altri da dentro, ci aduleranno adducendo che Simon Bolivar era basco, che fu un basco il primo che circumnavigò il mondo, addirittura che Che Guevara aveva ancestro basco. Ci aduleranno affinché noi crediamo che la nostra funzione nel mondo sia essere differenti, essere superiori, essere gloriosi o essere storia passata. Niente di tutto questo ci interessa.” La battaglia politica che si sta consumando qui in Euskal Herria lancia un messaggio che una cultura politica gattorpadiana si rifiuta di comprendere. Sull’altare della “sicurezza nazionale” della “imperiosa necessita sociale” o della “democrazia” nel cui nome, in questi primi dieci anni del XXI sono state scatenate guerre in ogni angolo del pianeta, si nega la sfida per la quale “tutti i progetti politici possano confrontarsi su un piano di parità”.  In ogni conflitto il silenzio o l’omertà lasciano ferite che si trascinano nel tempo. Qui in questa terra la memoria emerge in modo ambivalente. Sui mass media quella funzionale al potere, nelle strade, sui muri, nel passa parola, nelle manifestazioni, nei bar quella “dei senza voce”. Arriverà un momento dove tutto questo sarà memoria collettiva. Non dovrà più essere necessario avere una scorta o paura di essere prelevati a forza nel pieno della notte.  Per adesso, non è così.  


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HONDURAS: MASSACRO E BARBARIE NEL BAJO AGUAN – Giorgio Trucchi

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È stato un vero massacro quello di lunedì 15 novembre, nella finca El Tumbador, municipio di Trujillo, nel nord dell’Honduras. Un esercito di più di 200 guardie di sicurezza del produttore di palma africana Miguel Facussé Barjum, presidente della Corporazione Dinant, ha attaccato con armi di grosso calibro i membri del Movimento contadino dell’Aguán, Mca, i quali avevano recuperato quelle stesse terre da oltre nove mesi. Terre che erano state usurpate loro dal sanguinario impresario per seminare palma africana. 

L’attacco dei gruppi paramilitari ha lasciato un tragico saldo di cinque morti – Teodoro Acosta (45), Ignacio Reyes (50), Raúl Castillo, 45, Ciriaco Muñóz (45) e José Luis Sauceda Pastrana (32) -, uno scomparso – Noé Pérez – e vari feriti, alcuni dei quali sono ricoverati in gravi condizioni. 
“Le guardie di Facussé sono arrivate alle 5 di mattino e hanno intimato ai contadini di abbandonare il luogo. Di fronte al rifiuto di questi ultimi hanno chiamato rinforzi. Sono arrivate più di 200 guardie e senza proferire parola hanno aperto il fuoco con armi di grosso calibro”, ha raccontato Santos Cruz, membro del Mca, alla Lista Informativa “Nicaragua y más” e a Sirel. 
Secondo varie testimonianze, le guardie dell’impresario palmero hanno usato armi da guerra: AK-47, M-16 e fucili R-15. Hanno invaso la proprietà e hanno iniziato a inseguire i membri del Mca per più di quattro ore. Nemmeno la Polizia, che come sempre è arrivata quando la situazione si era calmata e il massacro consumato, è potuta entrare nel terreno, in quanto totalmente controllato e protetto dalle guardie.  “È stato un massacro. Hanno sparato per uccidere. La gente scappava tra le palme, cercando di proteggersi. Ci sono ancora due compagni scomparsi (uno, José Luis Sauceda, è stato poi ritrovato assassinato con tre colpi di R-15 al volto dopo l’intervista ndr) e non sappiamo se si siano nascosti o se siano stati assassinati e i loro corpi sono ancora nella proprietà. Nessuno può entrare. Queste terre sono nostre e le difenderemo”, ha spiegato Cruz

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