Colombia: via Uribe, rimane il buio – Guido Piccoli (video)

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Alvaro Uribe sarà costretto ad abbandonare Palacio Nariño. A bloccarlo non è stata l’opposizione politica frammentata e nemmeno quella armata, non è stata la nuova amministrazione statunitense, ma un gruppo di giudici della Corte Costituzionale, che con la Corte Suprema di Giustizia ha rappresentato un serio ostacolo per Uribe e i suoi uomini. E’ un dato che accomuna la Colombia all’Italia di Berlusconi. E non è l’unico. Fa riflettere la debolezza dell’opposizione, ma anche l’illegalità sistematica del potere. Le similitudini si fermano qui, visto quanto sono diverse le realtà dei due paesi. Mentre Uribe potrà ricandidarsi tra 4 anni, si discute su chi sarà il suo successore. Due questioni aperte. Tra 4 anni è probabile che Uribe ritenti la giocata grazie ad una popolarità che non sarà quella propagandata (visto la credibilità dei sondaggisti), ma comunque rilevante. A bloccarlo potrebbe essere ancora la giustizia, non tanto quella colombiana (che comunque ha dimostrato una relativa indipendenza), ma quella internazionale. Le bucce di banana sulle quali potrebbe scivolare Uribe sono parecchie. Non solo la sua presidenza, ma tutta la sua traiettoria politica è disseminata di scandali, dei quali non può non essere responsabile, che hanno generato massacri, omicidi mirati, attacchi alle libertà fondamentali dell’uomo, in un concetto “delitti di lesa umanità”, imprescrivibili. Ne hanno parlato in questi giorni, (vedi il video), alcuni dei più conosciuti e riconosciuti intellettuali colombiani nell’atto di presentazione di un libro collettivo di denuncia. Pur essendo a capo di un paese dove la violazione dei diritti umani è diventata da decenni endemica, nessun presidente è andato così vicino a fare la fine del collega peruviano Fujimori. In altri tempi, si sono stabiliti dei veri e propri macabri record, ad esempio, nel numero di massacri realizzati o in quello di sindacalisti o maestri ammazzati, ma in nessun caso la responsabilità dei vari presidenti è stata così chiara come in questi 8 anni di presidenza Uribe. Dai vari Betancurt fino a Samper, è evidente che i mandatari sapevano cosa succedesse nelle campagne o nelle celle delle prigioni, ma una sovrapposizione così netta tra il governo e lo stato è avvenuta solo durante la presidenza Uribe. E Uribe ha telediretto più degli altri suoi predecessori il terrorismo statale, anche con alcuni effetti positivi: ad esempio, di fronte alla maggiore attenzione internazionale (grazie al ruolo positivo delle organizzazioni dei diritti umani, colombiane e non, come Amnesty o HRW), le cosiddette “forze di sicurezza dello stato” hanno evitato di colpire le personalità più in vista così come hanno tralasciato di usare l’arma del paramilitarismo (cioè di appaltare la cosiddetta “guerra sporca”). Insomma un terrorismo statale sempre evidente, ma ancora più raffinato e intelligente di quello che da sempre è attuato in Colombia, paese che gode di una fama di “democratico” nonostante il suo sistematico e ininterrotto bagno di sangue superi in qualità e quantità quello realizzato, ad esempio, al sud in Cile o in Argentina negli anni 70 e 80 o, a nord, in Salvador o Guatemala negli anni 80 e 90.

Questa analisi è utile per toccare il punto del successore di Uribe. E’ ovvio che la sua squalifica per un turno riapra i giochi, così com’è altrettanto scontato che il candidato più papabile sia il suo ministro della Difesa, Juan Manuel Santos. Nella sostanza, così come nell’aspetto (la faccia da piccolo führer del primo potrebbe essere sostituita da quella da iena del secondo), i due si assomigliano. Santos ha una maggiore “rispettabilità” da difendere, non discendendo da una famiglia di narcos di Medellín come Uribe, ma da una delle più potenti famiglie del paese che, tra l’altro, sono proprietarie dell’unico vero giornale a diffusione nazionale del paese, e cioè “EL Tiempo”. Rispettabilità tra virgolette che non ha impedito a lui come a suo cugino (l’ex giornalista Francisco, ora vice-presidente) di essere protagonisti dei peggiori scandali, di cui sopra (Juan Manuel di quello dei “falsi positivi” e Francisco, spacciato in Europa come “democratico”, di legami con i paramilitari al fine di formare un Blocco paras nella capitale Bogotà). Le dinamiche politiche e partitiche sono poco prevedibili al momento, ma una cosa va detta con sicurezza. In Colombia, una svolta in senso progressista è al momento un’utopia. Troppo rilevante è il peso di un’oligarchia che non vuole cedere di un millimetro il suo potere sconfinato, il potere della gran parte del personale statale (e della totalità di quello armato) che la difende contro il suo stesso popolo allo stesso modo come difende gli interessi delle multinazionali che in Colombia fanno i loro comodi come da nessuna altra parte. E troppo importante è il compito della Colombia nel contrasto della “nuova “ ondata latinoamericana: l’insediamento delle basi Usa in territorio colombiano è l’esempio più marchiano. Santos non è la stessa cosa di Petro, ad esempio, il rappresentante del Polo Democratico, l’aggregazione progressista più forte. Affermarlo significa appiattire tutto in una sorta di manicheismo paralizzante. Ma, contemporaneamente, pure se vincesse miracolosamente Petro, gli obblighi che avrebbe e le compatibilità che dovrebbe rispettare non gli permetterebbero di operare nessuna svolta sulle questioni centrali del paese come, ad esempio, il conflitto armato, l’ingiustizia sociale, la sudditanza dagli Usa. E comunque si tratta appunto di una condizione che non si pone nel panorama colombiano. L’oligarchia appoggiata da Washington che tutto controlla, dal sistema televisivo (che come in Italia forma l’opinione che vota, soprattutto nelle grandi città dove vivono il 70% dei colombiani) alle squadracce che, con una sigla o l’altra, paramilitari o sicari privati, dominano le regioni periferiche preferisce l’originale alla copia. Quindi un Santos ad un Petro. Ragion per cui, si può prevedere che la Colombia continuerà ad essere, più o meno, quello che è stata finora: una terra senza pace, dove sotto le apparenze serene crescerà la barbarie dell’ingiustizia e della violenza. E nessun aiuto potrà venire dal di fuori, tranne le encomiabili denunce delle organizzazioni umanitarie, l’attività di centinaia di militanti e volontari internazionali e soprattutto l’esempio che dovrebbe continuare a venire dall’augurabile sviluppo di un’altra America possibile. Gli Usa di Obama stanno ripetendo la stessa strategia adottata nel vicino Oriente. Con la “Israele dell’America Latina” fanno lo stesso che con Israele, riempiendo di vuote parole un appoggio incondizionato alle peggiori politiche. E l’Europa non è da meno. L’esempio più deprimente viene dal ministro degli Esteri spagnolo che pochi giorni fa ha definito Uribe uno dei dirigenti latinoamericani che maggiormente si è impegnato nel rispetto dei diritti umani e ha definito esemplare la cosiddetta politica di “sicurezza democratica” attuata in Colombia. Come a dire, che ai livelli di responsabilità politiche più alti è diventata abitudine offendere la verità nella maniera più spudorata.


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“EL COMISARIO” GRIDA E MI DICE CHE MI VIOLENTERA’ UN’ALTRA VOLTA”

 Verso le 4 del mattino del 1 marzo 2011 sfondano la porta. Mi prendono per i capelli e mi trascinano nella sala. Sono con il reggiseno e non mi lasciano vestire durante la perquisizione. Nella sala mi bloccano con violenza e cercano di mettermi le manette. Si arrabbiano perché sono piccole. Mentre sono seduta sul divano mi dicono “Vedrai che cinque giorni passerai”

Mi entrò un po’ di nausea durante la perquisizione del ripostiglio. Mi stringono fortemente sul braccio, mi lasciano degli segni. Mi mettono manette di corda e me le stringono sempre di più.

Mentre usciamo di casa mi minacciano: di non guardare, ne parlare con il mio compagno. Mi portano dove si trovava l’auto e mi proibiscono assistere alla perquisizione.

Mi portano dal medico forense di Bilbao: mi visitano attentamente: ho segni sui polsi per le manette, avevo le vene gonfie e qualche abrasione. Le braccia rosse, per il modo in cui mi tenevano, e rigide.

Mi fanno salire sul Patrol (automezzo in dotazione alla Guardia Civil). Mi obbligano a chiudere gli occhi e me li chiudono loro con una mano. Ascolto che dicono che devono incontrarsi con un’altra auto.

Si fermano. Un guardia civil che si fa chiamare “el Comisario”, viene a prendermi e cambiamo d’auto.  Quella di adesso non è un Patrol, è un’auto normale per lo spazio e l’altezza che percepisco nell’entrare. El Comisario inizia a gridarmi nell’orecchio e a minacciarmi: “Sono militare e sono addestrato ad uccidere”. Mi dice che ho due opzioni: parlare subito, o no. Noto come prendono una borsa e me la mettono sulle mani. Durante il viaggio verso Madrid mi danno colpi e schiaffi sulla testa e proferiscono continue minacce. Mi dicono che adesso si fermano e “ti lascio nuda, ti getto nella neve e ti apro come un canale”. El Comisario si toglie la giacca e inizia a strusciarsi sul mio corpo. L’altro poliziotto che stava al suo fianco “calma”  El Comisario però anche mi minaccia: mi applicano per due volte la “borsa” (viene collocata una borsa di plastica sul capo della vittim,a chiusa attorno al collo, per provocare  asfissia) nel tragitto verso Madrid.

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