Insurgencia social club

Insurgencia social club

L’arrivo in città in una fase di particolare fermento, tra mobilitazioni anti-discarica e lotte per l’acqua bene comune. Il concerto nel laboratorio occupato, gli incontri, il fronte culturale comune con la scena resistente della musica partenopea, da E-Zezi a 99 Posse L’arrivo in città in una fase di particolare fermento, tra mobilitazioni anti-discarica e lotte per l’acqua bene comune. Il concerto nel laboratorio occupato, gli incontri, il fronte culturale comune con la scena resistente della musica partenopea, da E-Zezi a 99 Posse

NAPOLI. Terzigno, Chiaiano, la manifestazione per l’acqua bene comune. Il Laboratorio Insurgencia di Napoli è in grande attività. In più ci sono le università e le scuole occupate. Il gruppo rap cubano Cuentas Claras arriva a Napoli in un momento particolare. Tutto è in fermento. Il concerto a Insurgencia è nella serata della manifestazione per l’acqua bene comune. «Come Laboratorio occupato – dice Davide – siamo molto presenti sul territorio e nelle lotte principali della nostra città da quando siamo nati».

Insurgencia nasce sette anni fa. «Da allora – dice ancora Davide – siamo sempre stati attivi. Siamo alla periferia nord di Napoli, non lontano da Chiaiano. Quella contro la discarica – insiste Davide – è stata e rimane per noi una lotta che ci ha segnato, anche giudiziariamente – ride – . La nostra posizione rimane quella di sempre, contro la chiusura immediata della discarica». Una posizione condivisa anche dal gruppo operaio di Pomigliano d’Arco E-Zezi. «Le donne – dice Marzia Del Giudice, cantante del gruppo – sono state sempre in prima linea nella battaglia contro la discarica. Credo – insiste – che le donne abbiano una sensibilità particolare rispetto al territorio. Un’attenzione maggiore o comunque diversa da quella che hanno gli uomini. Lo vediamo anche nelle lotte in val Susa contro il treno ad alta velocità o a Vicenza contro la base militare americana al Dal Molin. Credo – dice ancora – che abbia a che vedere con il fatto che le donne hanno un rapporto particolare con il territorio che viene loro dal fatto di poter mettere al mondo figli». Una delle canzoni del nuovo disco degli E-Zezi (di prossima uscita) parla proprio della monnezza, e non solo quella che si vorrebbe incenerire in discariche che provocherebbero danni al territorio e alle persone. «La canzone Sguarracino è una critica al modello sociale del capitalismo e del consumismo – dice Massimo, chitarra del gruppo – che invia nella basura («a munnezza») tutto l’inutile, ma anche ciò che potrebbe ancora servire e soprattutto ciò che non sarebbe neanche necessario produrre, che finisce con il rappresentare la gran parte dei rifiuti». Dice basura, spazzatura in spagnolo Massimo perché con il gruppo rap dei Cuentas Claras (in giro per incontrare la scena musicale indipendente e le resistenze italiane) gli E-Zezi hanno in mente una collaborazione a breve termine. I cubani associano al termine spazzatura i termini corruzione, consumismo, e cercano di capire meglio perché le strade di Napoli sono invase dalla monnezza.

Ansia di riscatto sociale


Il Gruppo Operaio e Zezi di Pomigliano d’Arco nasce e si organizza nel novembre ’74 per la necessità di creare un fronte organizzato di lotta, capace di opporsi al contrattacco e alle mistificazioni sulla cultura popolare della classe dominante, la borghesia. «La quale, – sottolinea Angelo De Falco, U Profesur – attraverso i suoi mezzi di diffusione di massa, la radio, la televisione, la stampa, i dischi, dà della cultura popolare, del folklore e delle sue forme espressive, la versione culturalmente e socialmente meno significativa e fuori dal contesto economico, sociale e culturale che ne chiarisce la funzione e il senso». Sono alcuni operai dell’Alfasud, dell’Alfaromeo, dell’Aeritalia, artigiani e studenti, tutti più o meno frequentatori di feste popolari, che, riconoscendosi con le stesse esigenze espressive, di modi di vivere, la medesima ansia di riscatto sociale e civile, danno vita a questo bisogno di organizzarsi per opporsi, praticamente e giorno per giorno, all’aggressione quotidiana della cultura borghese, del consumismo, delle canzonette.

L’esperienza di vita e di lavoro dei componenti del gruppo è varia e altrettanto differenziati sono i livelli culturali ma, tutti insieme, operai, ex-contadini, parrucchieri, baristi, studenti esprimono – spontaneamente e istintivamente – forza e determinazione nell’affrontare un nuovo discorso, «per il recupero e la creazione di un proprio spazio culturale, per una nuova cultura che tende a sostituire definitivamente i valori della cultura borghese con quelli più giusti e più leali delle masse popolari lavoratrici». Si chiariscono fin dall’inizio le finalità di questo esperimento che tende ad aggregare, prima di tutto all’interno del gruppo, proletari con diverse esperienze sociali, di lavoro, culturali e umane, elaborando insieme un piano di intervento in questo settore della lotta di classe, quello cioè della cultura popolare e del folklore». Piano di intervento da realizzare particolarmente a Pomigliano d’Arco e nell’entroterra napoletano dove, nel giro di 10-15 anni, risultano distrutte o avvilite dalla trasformazione socio-industriale della zona, molte abitudini e forme culturali espressive tradizionali e popolari. L’Alfasud risulta il culmine di questa trasformazione socio-ambientale dell’intera zona e, anche se dà da mangiare a tanti proletari, non riesce a promuovere un effettivo miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Nella zona mancano ancora molti posti di lavoro, ospedali, scuole, strutture sociali e culturali adeguate alle esigenze e alle pressanti richieste di una vita migliore, che vengono dalle masse, dalle lotte del movimento operaio in generale. La crisi nelle campagne si fa sempre più acuta, per cui i contadini della nostra zona – quasi tutto il mondo è paese – abbandonano forzatamente le campagne per andare a lavorare in fabbrica. In tanti casi, questo ‘diritto al lavoro’, nella nostra zona, viene pagato alla camorra e al sottogoverno democristiano fior di quattrini.

Al Laboratorio Insurgencia i Cuentas Claras incontrano un altro personaggio storico della musica indipendente italiano, un altro protagonista delle lotte e delle resistenze non solo napoletane. Luca Zulu, dei 99 Posse, accetta con entusiasmo di improvvisare una tarantella-rap con i cubani e gli E-Zezi. Incrocio di culture, musiche, esperienze. «Mi sono reso conto girando – dice Luca – che in tanti angoli di mondo ci sono resistenze che varrebbe la pena raccontare».

Luca è tornato a girare i centri sociali, suonando ancora una volta con i 99 Posse, che in queste settimane sono in studio di registrazione per terminare il nuovo disco. «I centri sociali – dice – hanno rappresentato in questo paese uno spazio importante di produzione e rappresentazione della cultura indipendente». Oggi 99 Posse si è riunita anche per ritornare in quei centri sociali dove continuano ad accadere «cose interessanti». Parlando di Antifa, il primo singolo della riformata 99 Posse, il gruppo dice che «quando nei primi anni Novanta scrivemmo Rigurgito antifascista auspicavamo che da lì a qualche anno saremmo stati costretti a eliminarla dal nostro repertorio perché obsoleta, anacronistica, fuori tempo massimo. Speravamo che omicidi come quello di Auro Bruni, arso vivo nell’incendio doloso del centro sociale Corto Circuito di Roma il 19 maggio 1991, sarebbero diventati solo un’occasione per ricordare il lungo e doloroso cammino dell’antifascismo». Un pezzo controcorrente per ricollegarsi idealmente al rigurgito antifascista. «Ma anche per dire con forza che siamo i gay, le lesbiche, siamo i nordafricani, siamo ebrei, musulmani, siamo vestiti strani, siamo ispanici e rumeni, siamo rom, siamo slavi, simme napulitane e faticammo a Milano».

Il Cavone è dietro l’angolo


In questi incroci e incontri napoletani sul palco di Insurgencia sale anche il rapper locale O’3 (Danilo) che ha dato vita insieme a dj Kroniko (Andrea) al progetto Anurrà, che vuol dire, spiega O’3, «onorare come si diceva in un napoletano ormai in disuso». Un progetto che fonde rap e stimoli musicali provenienti da molti paesi (che si incontrano a Napoli). Gli Anurrà vivono a Napoli, nel limite quartiere Arenella-Vomero, a poche centinaia di metri l’uno dall’altro, spettatori e partecipi dell’ennesimo stridere di contraddizioni che è tipico della loro città. Il Cavone appena dietro l’angolo di uno dei salotti partenopei. Pochi passi, come sottolineano, ma differenze che balzano agli occhi. In giugno è uscito il primo ep del progetto, Antiunderground, in free download.



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