Brian Currin: rifiutare il dialogo significa rifiutare la pace

Brian Currin avvocato sudafricano, ha svolto un ruolo importante nel tessere la rete di sostegno internazionale che ha accompagnato la svolta strategica della sinistra indipendentista basca. Ha dato il suo contributo ad altri processi di soluzione di conflitti come quello anglo irlandese o sudafricano. Nel novembre 2009 partecipò come relatore alla Conferenza di Venezia  nella quale in conteporanea con  Alsasua la sinistra indipendentista annunciava la sua svolta politica.  Talkingpeace lo ha intervistato dopo gli ultimi avvenimenti nel Paese Basco seguiti alla dichiarazione di abbandono definitivo della lotta armata da parte di ETA.

Come valuti i risultati ottenuti fin qui nel Paese Basco?

– Credo che arrivare al punto in cui ETA dichiara una fine definitiva della lotta armata sia un risultato significativo. ETA stessa lo ha affermato recentemente in un’intervista [Gara, 11 novembre]. E’ stato un momento significativo nella loro storia ma anche molto significativo per la politica nel Paese Basco, perché significa che in futuro ci può essere un processo di pace con negoziati multipartitici e che coinvolgeranno tutti senza più alcuna ragione or scusa perché qualcuno decida di non partecipare. E consentirà anche alla Sinistra Abertzale di essere parte di questo negoziati come partner paritario. Ovviamente negoziare da una parte con una pistola alla tempia – che era il modo in cui il governo spagnolo e devo dire anche altri partiti nel Paese Basco consideravano ETA (e possiamo campire questo) – bene, negoziare con una pistola alla tempia non è certo il modo per negoziare. Dall’altra parte per la Sinistra Abertzale negoziare quando si è considerati dei criminali, quando si è soggetti a misure di sicurezza continue, quando la leadership è dentro e fuori del carcere, bene, dalla loro prospettiva io credo fosse altrettanto impossibile concretamente, negoziare. Quindi, quello che è stato ottenuto ha cambiato la dinamica completamente. Penso che sia un significativo sviluppo per il Paese Basco.

Adesso la palla passa ai governi spagnolo e francese. Cosa ti aspetti ?

Avevo ingenuamente pensato che i governi avrebbero risposto abbastanza preso, dopo la dichiarazione di ETA. Mi rendo conto che probabilmente era un’aspettativa non realistica. Un governo che si trova davanti alla probabilità di un’ultima elezione non può realmente avviare una iniziativa di questa natura negli ultimi giorni in carica. Per questo, penso che la mia aspettativa fosse non realistica. Sono tuttavia ottimista sul fatto che quando il nuovo governo si sarà installato, all’inizio del 2012, che sia un governo socialista o del partito popolare – e più probabilmente sarà il secondo – risponderà positivamente alla dichiarazione di ETA. E penso che anche la Francia risponderà positivamente nello stesso tempo e che avvieranno discussioni con ETA esclusivamente sulle conseguenze della violenza. Sono ottimista o fiducioso che ciò accadrà perché la dichiarazione ETA non poneva condizioni, non c’erano domande sostanziali e la richiesta della comunità internazionale di parlare essenzialmente di una fine definitiva del periodo della violenza è qualcosa che, francamente, non può essere rifiutata, perché equivarrebbe a rifiutare la pace. E io sono assolutamente certo che nessun governo vorrebbe rifiutare la pace. Per questo sono sicuro che nel nuovo anno ci sarà questo impegno.

– Quanto importante è stato il coinvolgimento della società civile in questo processo ?

La società civile è stata un partner assolutamente essenziale in questo processo. E quando parlo di società civile non mi riferisco solo alle organizzazione della società civile come i sindacati, la chiesa e altre, ma mi riferisco anche alla società in generale, al popolo del Paese Basco. E in particolare il ruolo della base elettorale della Sinistra Abertzale è stato significativo, perché loro stessi chiedevano un nuovo progetto politico e in parte quello che è successo è stata la risposta alla base elettorale della Sinistra Abertzale che aveva ben chiaro che il progetto politico di molti decenni non funzionava più. Quindi, se uno prende questa base elettorale e come ho detto le varie organizzazioni della società civile e se si guarda anche il fatto che i partiti politici baschi che non hanno ruoli primari nel governo – e mi riferisco ai piccoli partiti del Paese Basco, si vede che tutti hanno avuto scambi con la Sinistra Abertzale e in cambio la Sinistra Abertzale ha lavorato con loro chiedendogli un sostegno del ruolo. E’ stato realmente attraverso queste discussioni tra tutti i partiti e le organizzazioni della società civile e la base elettorale della Sinistra Abertzale più la società in generale nel Paese Basco che il messaggio è diventato chiaro. Alla leadership politica dovevano dare leadership e ci doveva essere una nuova strategia, un nuovo progetto politico. Fortunatamente quella leadership politica era matura, loro stessi hanno avuto coraggio e hanno compreso le sfide. Naturalmente le loro sfide avevano a che fare con il portare ETA nella sua totalità a bordo, e questa è stata una delle loro grandi sfide. Hanno ascoltato la loro base elettorale, hanno dato leadership e insieme come partner hanno, io credo, ottenuto il risultato che oggi abbiamo davanti agli occhi.

Andando indietro nel tempo, al processo di pace nel Nord Irlanda in cui tu hai avuto un ruolo, grande enfasi era posta sugli “interessi consolidati” delle parti coinvolte nel conflitto. Che differenze vedi tra Irlanda e Paese Basco?

Non sono d’accordo che sia stata l’organizzazione armata, i paramilitari, a compiere il primo passo in Irlanda. Non possiamo guardare quello che succedeva in Nord Irlanda. Dobbiamo guardare quello che succedeva tra il movimento repubblicano e il governo inglese. C’erano stati colloqui segreti tra di loro per molti anni. Il cessate il fuoco di IRA del 1994 era stato negoziato. Devi ricordare che anche se il movimento repubblicano ha dichiarato il cessate il fuoco che poi ha dato impulso al processo, quando hanno dichiarato quella tregua c’era un accordo su quella che sarebbe stata la risposta del governo inglese. Quindi, per certi versi eravamo in presenza di una road map già delineata. Per questo non si è trattato di un passo unilaterale compiuto dai Provisional IRA, e dobbiamo anche ricordare che ci sono voluti molti anni perché i Provisional IRA, anche a uno stadio avanzato del processo di pace, accettassero di mettere fuori uso le armi e di dichiarare che la guerra era finita. Non hanno dichiarato che la guerra era finita prima che venisse siglato l’Accordo del Venerdì santo [10 aprile 1998], non hanno dichiarato che la guerra era finita neanche a uno stadio avanzato dell’Accordo del Venerdì santo. Per questo, per molti versi non è stato un passo unilaterale compiuto dai Provisional IRA. E naturalmente in Sud Africa è stato ancora diverso. Anche lì è stata una iniziativa congiunta per molti versi e poi il governo sudafricano con De Clerk ha compiuto alcuni passi molto sfacciati. Nel Paese Basco è stato diverso perché i precedenti cessate il fuoco non avevano mai retto perché, dalla prospettiva di ETA, Madrid non rispettava gli impegni presi una volta avviati i negoziati e ETA dunque si sentiva abbastanza libera di rompere la tregua. ETA ha capito, beh certamente l’ha capito la Sinistra Abertzale, che essenzialmente non ci sarebbe stato un altro processo di pace se le armi non fossero state tolte di mezzo completamente e io penso che la Sinistra Abertzale abbia anche compreso che un’azione unilaterale, in questo caso, sarebbe stata più utile che porre condizioni. Perché la Sinistra Abertzale era arrivata a concludere che forse a Madrid non interessava portare avanti un processo, e quindi, se questo si fosse rivelato vero, porre condizioni a Madrid avrebbe significato che Madrid non le avrebbe rispettate e quindi non ci sarebbe stato alcun progresso. Questa è stata una delle ragioni per cui la Sinistra Abertzale ha deciso di andare avanti e prendere un’iniziativa unilaterale in modo da mantenere il controllo e poter gestire il processo di trasformazione dalla violenza a mezzi esclusivamente pacifici. Per quanto riguarda gli interessi consolidati. Beh, non credo che dalla prospettiva di ETA essi hanno meno interessi consolidati da difendere. Voglio dire, dalla loro prospettiva, la Sinistra Abertzale sta difendendo il diritto a una nazione: voglio dire, una cosa enorme. Questo è il loro interesse consolidato. E nonostante il fatto che questo sia il loro interesse – quello per cui stanno essenzialmente lottando è la loro nazione – sono stati determinati nel compiere quel passo, e penso correttamente. Non penso che l’interesse della Sinistra Abertzale sia minore rispetto all’interesse di Madrid di difendere una Spagna unitaria.

Quindi quello che dici è che in Irlanda i negoziati sono iniziati prima del cessate il fuoco di ETA mentre nel Paese Basco inizia adesso.

Sì, i negoziati iniziano soltanto ora. Guarda, i negoziati che sono avvenuti prima dell’Accordo del Venerdì santo non erano sostanziali. Erano negoziati sulla costruzione di misure di fiducia. Si parlava di questioni relative ai detenuti, alla legislazione securitaria, di come consentire ai leader in carcere di partecipare al negoziato, a come costruire fiducia. E credo che il messaggio dato ai Provisional IRA/Sinn Fein era, adesso c’è una tregua, possiamo cominciare negoziati sostanziali. E sono sicuro che c’erano indicazioni su quali principi avrebbero dovuto informare quei negoziati. Quindi non era soltanto una questione di Sinn Fein e IRA, ottenere il cessate il fuoco e aspettare la risposta del governo inglese. Non è stato così. Invece è esattamente quello che sta accadendo qui nel Paese Basco. La richiesta dei leader internazionali il 17 ottobre ai governi spagnolo e francese era: adesso dovete sedervi e dovete parlare di quelle misure di fiducia, di quelle questioni che sono le conseguenze della violenza. E queste sono le questioni che riguardano la messa fuori uso delle armi. Perché una delle conseguenze del conflitto è che hai una organizzazione seduta su una consistente quantità di armi detenute illegalmente. Queste armi devono essere messe fuori uso. Sono sicuro che queste siano le questioni di cui i governi spagnolo e francese vogliono parlare. Devono sapere dove sono le armi e farle distruggere. Se la leadership di ETA accetterà questo, vorrà avere delle garanzie per le persone che queste armi le hanno usate. In altre parole, chiederanno una qualche immunità. Non diranno, ecco le armi e adesso arrestateci. Ci deve essere una qualche immunità. E poi c’è la questione dei prigionieri che è un’altra conseguenza del conflitto. Non solo ci sono oltre 500 detenuti in varie carceri, ma essi sono dispersi per il paese. E sono dispersi per la natura delle offese commesse. Quindi, ora che la violenza è cessate non c’è giustificazione per tenerli lontani dalle loro case. E poi ci sono i prigionieri che stanno servendo sentenze molto più lunghe di quanto previsto dalla legislazione normale, per via della legislazione d’emergenza. Possono essere liberati ? Quando possono essere liberati ? Queste sono questioni che vanno affrontate per costruire fiducia. Allo stesso tempo, mentre questo avviene i partiti politici nel Paese Basco devono preparasi. Tutti i partiti, eccetto il Partito Popolare, hanno indicato che sono pronti e disposti a entrare in un negoziato sul conflitto politico reale… non c’entra ETA, si tratta di questioni politiche sostanziali. E questi negoziati all’interno del Paese Basco devono accadere.

Quale sarà il ruolo del Gruppo Internazionale di Contatto nella nuova realtà?

Ci incontreremo a dicembre per una analisi dello status quo. Noi abbiamo un mandato. E questo mandato è il frutto di lunghe consultazioni. Questo mandato adessa va rivisto alla luce del nuovo contesto, della nuova realtà. Rivedremo quel mandato data la nuova realtà politica e all’inizio del prossimo anno andremo dai partiti politici e ci consulteremo e chiederemo loro di dire come vedono il ruolo del Gruppo nel nuovo contesto politico. Perché noi possiamo agire come Gruppo Internazionale di Contatto – e non siamo un gruppo governativo, al contrario siamo un Gruppo non governativo – solo per quello che i partiti locali ci danno mandato di fare. Quindi il nostro ruolo futuro sarà determinato dal mandato che avremo dai partiti politici del Paese Basco.

Come vedi il futuro del ruolo della mediazione internazionale. La comunità internazionale ha dimostrato di potere giocare un ruolo per la pace e non un ruolo per la guerra come la NATO e alcuni governi insistono a fare…

Hai assolutamente ragione, ci sono molti esempi in cui i mediatori internazionali, spesso in partnership con l’ONU, hanno giocato un ruolo di mediazione importante. Per esempio io mi trovo ora in Liberia. L’Irlanda è un altro esempio in cui alcuni che prima non erano così positivi su un ruolo internazionale, poi hanno riconosciuto che questo ruolo è stato importante perché i mediatori internazionali hanno portato nuove idee e hanno aiutato il processo. Penso che tu abbia ragione quando dici che ci sarà un importante ruolo per la mediazione internazionale. Detto questo, ci sono esempi – e la Spagna è uno di questi – di paesi che non sempre danno il benvenuto ai mediatori internazionali, ritenendo il loro ruolo una ingerenza in affari interni. Tu sai quanto sono stato attaccato e denigrato in Spagna per il mio coinvolgimento, quanto alcuni ambiti politici hanno cercato di scoraggiare un mio coinvolgimento. Ma penso che ci sia da sperare che un caso come questo, dove i risultati indicano che il coinvolgimento internazionale può essere efficace, e aiutare le parti coinvolte a raggiungere una situazione in cui la violenza cessa e la politica reale inizia, possa essere una lezione per altri governi che magari istintivamente vorrebbero scoraggiare la mediazione internazionale.

 


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