“SENTENZA DESOLANTE”

Il Tribunale Supremo spagnolo è stato costretto ad assolvere cinque giovani baschi accusati e condannati in primo grado dall’Audiencia Nacional, per aver distribuito copie di “Zutabe” organo interno dell’organizzazione. La notizia potrebbe rientrare nella normale casistica di “errori” giudiziari se non fosse che stiamo parlando della giustizia spagnola in merito alla questione basca. Quello che il massimo organo giudicante spagnolo è stato costretto ad ammettere che “l’esame della sentenza in relazione al trattamento del quadro probatorio ci un risultato desolante”. In sostanza si afferma che le prove apportate per confermare le “ammissioni” dei giovani arrestati sono caratterizzate “da una totale oscurità sul loro contenuto”. Inoltre il TS lancia un richiamo anche al pubblico ministero del processo che pur constatando la mancanza di sostanza probatoria ha “dato per scontato quanto dove essere accreditato”.

Il caso ebbe inizio nel marzo del 2005 con l’arresto di due giovani da parte della Guardia Civil,  quali denunciarono “dure torture” durante il periodo di isolamento imposto dalla legge antiterrorismo. Altri sette giovani vennero arrestati. L’Audiencia Nacional ne assolse quattro condannando altri cinque.

La decisione del TS è una sorpresa vista la giurisprudenza imposta sul tema, la questione basca, fino ad ora, ma da corso ad ammonimenti che lo stesso tribunale, un paio di anni fa, aveva rivolto ai giudici istruttori e allo stesso tribunale speciale, Audiencia Nacional, sulla necessita di motivare di più le prove accusatorie evitando possibili interpretazioni “a priori” delle accuse.

Del resto questo “vizio di forma e sostanza” si presentò fin dal primo processo contro organizzazioni politiche basche. Era l’anno 1996 eil giudice dell’Audiencia Nacional Baltazar Garzon da inizio alla prima istruttoria del teorema “tutto è ETA”. La Mesa Nacional (l’organo dirigente) di Herri Batasuna venne incriminata in toto per aver dato spazio durante la campagna elettorale per le elezioni legislative del marzo 1996, quelle della prima vittoria del Partido Popular di José Maria Aznar,  ha una proposta di pace di ETA denominata “Alternativa Democratica”. L’istruttoria di Garzon venne poi assunta dal pubblico ministero Luzon nel processo intentato dal Tribunale Supremo, essendovi tra gli imputati deputati. In una clima di caccia alle streghe, con mezzi d’informazione e Governo spagnolo impegnati a forza una sentenza di  condanna, la requisitoria finale del pubblico ministero fu più una dissertazione ideologica e politica che una esposizione delle prove a carico. Autodeterminazione, uscita delle forze di sicurezza spagnole dal paese basco, critica alla Costituzione spagnola furono i cardini di un intervento che costrinse i giudici del TS ha emettere una sentenza di condanna, sette anni, “ovviando” alla sostanza della requisitoria del pubblico ministero. Come scrisse il giornalista portoghese Rui Pereira “l’immagine di trasparenza ed indipendenza dei tribunali dinnanzi al potere politico, che per quanto riguarda la questione basca non fu mai una rande esempio della democrazia spagnola al resto del mondo, ne uscì più danneggiata che mai. Una commissione internazionale di osservatori, che assistette  alle udienze, considerò il processo una frode giudiziaria”. Curiosamente il video della Alternativa Democratica, oggetto probatorio della accusa, venne visionato anche dalla Procura di Roma, prima di essere trasmesso dalla RAI, che non riscontrò “alcun elemento delittuoso”. Due anni dopo il Tribunale Costituzionale annullò la sentenza ed assolse gli imputati, per “pena sproporzionata” mantenendo però le accuse “politiche”

 


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