Gigantesco processo politico contro il popolo kurdo

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Molti di loro hanno già conosciuto la prigione, ed alcuni anche la tortura. Al loro fianco, più di 300 avvocati. Per lo più kurdi. Ma anche dei nomi famosi della difesa dei diritti umani di tutta la Turchia. Nel pubblico, le famiglie dei detenuti hanno ceduto il posto alle delegazioni straniere venute ad osservare lo svolgimento del processo e ad apportare la loro solidarietà a tutte coloro ed a tutti coloro che subiscono la repressione dello Stato turco. Ci sono delle delegazioni dalla Svezia, dalla Germania, dall’Italia, dalla Gran Bretagna, dalla Svizzera. Per quanto riguarda la Svizzera, ho trovato al mio fianco dei rappresentanti di altre forze politiche di sinistra, della Schweizerisch-Kurdischen Gemeinschaft Basel, di ONG che gestiscono progetti di solidarietà, di anziani rifugiati e di semplici cittadini svizzeri preoccupati per il rispetto dei diritti umani.

Si tratta di un processo di massa, come non se ne sono più visti dal tempo delle purghe staliniane. Il più importante processo che abbia conosciuto la Turchia moderna, questo processo durerà delle settimane. Ma è soprattutto un processo politico che mira a rompere ogni forma di organizzazione della società civile kurda. L’obiettivo è di annientare da una parte le strutture del BDP, il “Partito della Pace e della Democrazia” – partito kurdo che ha rimpiazzato il DTP proibito da più di un anno, il quale a sua volta aveva rimpiazzato il DEHAP pure esso vietato – e dall’altra parte quelle dei movimenti sociali come quelli delle donne, dei lavoratori, della difesadei diritti umani, o ancora quello di sostegno alle famiglie dei detenuti o degli scomparsi. Questi 151 imputati, per la maggior parte detenuti da 18 mesi, non sono che una parte dei 1700 membri o simpatizzanti del BDP arrestati in seguito al massiccio successo del partito alle elezioni municipali del 29 marzo 2009. Il BDP aveva vinto le elezioni con percentuali tra il 65% ed l’ 80% nella regione kurda, ed il numero delle municipalità conquistate dal BDP era passato da 55 a 99.

Questo processo è una mostruosità giudiziaria. L’atto di accusa di più di 7.500 pagine, fondato su delle ricettazioni telefoniche illegali e su delle testimonianze segrete, è stato consegnato agli imputati ed agli avvocati solo sessanta giorni prima dell’udienza. Le regole della procedura non rispettano gli standard minimi della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU=EHRC) alla quale la Turchia ha peraltro aderito. Nonostante fosse stata inoltrata una richiesta fondata sulle disposizioni delle convenzioni internazionali alle quali pure la Turchia ha aderito, sulla CEDU-EHRC, e su una interpretazione conforme alle disposizioni di diritto interno, è stato rifiutato agli imputati di difendersi in lingua kurda. Essi vengono messi a tacere o interrotti ogni volta che intervengono in kurdo. Tuuto viene messo in opera affinché il processo raggiunga lo scopo atteso dal potere: una condanna per terrorismo di tutti i rappresentanti legittimamente eletti e dei quadri del popolo kurdo, mentre nessuno degli imputati ha mai incitato alla violenza né ha mai fatto uso della violenza, e non è stato ritrovato presso di loro nessuna arma o materiale di guerra.

Questo processo è pure una aberrazione politica. mentre il BDP, grazie ai suoi dirigenti, al suo gruppo parlamentare, ai suoi sindaci ed all’insieme dei militanti e delle associazioni affiliate, cerca di consolidare la società civile e lo spazio democratico con lo scopo di un dialogo con il governo al fine di uscire finalmente dalla logica dello scontro militare, il potere di Ankara tenta di chiudere gli spazi politici e di lasciare il popolo kurdo orfano di ogni direzione politica e sociale. Ciò non avrà che una sola conseguenza, quella di fare aumentare la collera della gioventù ed il risentimento di tutto un popolo, e di sospingere le forze vive del popolo verso la lotta armata. Orbene, questa logica è senza uscita, e carica di sofferenze sia per lo Stato turco che per il popolo kurdo. Ma politicamente il governo potrà approfittare di questa guerriglia come pretesto per rifiutarsi di democratizzare la società turca e per rifiutre di dare ai Kurdi il diritto di vivere ed organizzarsi in pace.

Resta però ancora una possibilità per il governo turco per ridare una speranza alla pace e per restituire al popolo kurdo la sua dignità. Che il tribunale pronunci un “non luogo a procedere” per tutti i 151 imputati.


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Il 23 novembre 2009 il Presidente Umaru Yar’Adua è stato trasportato d’urgenza in un ospedale dell’Arabia Saudita. La Nigeria è

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The “minds” behind The Rojava Report website are a group of students from different backgrounds. ANF interviewed them on why they felt more information on Rojava and more in general on the Kurdish issue is needed and how they tried to answer to this need by creating their own site.

How did the idea of a blog on Rojava come about ?

All of us who were involved in setting up the Rojava Report understood that there was a huge lack of information regarding what was happening in the region. When the media in the US spoke about the Kurds in Syria – and this itself was rare – it was always along the lines of ethnic or sectarian violence, or to give another example of the  “intractability” of the conflict. It was always in terms of an “Arab-Kurdish” conflict, as a corollary or side-show to the “Alawite/Christian-Sunni” conflict that has been the dominant narrative in the mainstream media. In general we felt that those advancing the revolution in Rojava needed a platform from which their voices could be heard, and on which they could stake out their own vision for the future of their country and the Middle East more generally, without the reductionist narratives there are so common among out the major news outlets here. It was meant to be a more unfiltered, more direct source of news about what was happening in Rojava. 

How is the Kurdish issue in general perceived in the States ?

Of course that depends on who you talk to. However even among people who consider themselves informed about events in the Middle East, and are sympathetic to a degree to Kurdish demands for national rights, there is a huge dearth of understanding about the complexities of Kurdish politics in the region and Kurdish aspirations for a new Middle East. In regards to Rojava in particular there is still an assumption that Kurds are – or at least the PYD is (if they can make the distinction) – “close to the regime” or at the very least unwilling to do much about it. This unfortunately was the dominant narrative until the beginning of the revolution last summer – I mean if you read anything in the Washington Post or the New York Times through the Spring of 2012 that is what you find (and forget the television channels because they never had time for the Kurds). Just google “Kurds on the sidelines” and see how many articles come up! Then the narrative began to shift slightly after the revolution and it became something along the lines of “Kurds are dividing the opposition.” I mean can you imagine? It was as if they could not make anyone happy, or at least not in a way that respected the principles of their movement. But that is just the point because that is all lost, and even now the YPG is treated as simply one more sectarian militia, while the entire content of their revolution and their politically ideology is buried under a simplistic discourse of “Kurdish nationalism” and “sectarian strife.”

A flicker of hope in the Middle East crisis

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The purpose of the French initiative is to try and inject some life back into the process through a peace conference to be held toward the end of this year

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