IN EGITTO SI E’ RIUSCITI A UNIFICARE MOLTI SETTORI PER DIFENDERE LA STESSA CAUSA
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Amal Ramsis, cineasta egiziana Gara. (..) Prima che se ne andasse Mubarak, dal mio punto di vista, Piazza Tahrir, era il luogo più sicuro al mondo. Io vivo a canto metri dalla piazza e stavamo gridando, cantando, artisti dipingendo….Per entrare nella piazza, i manifesti tanti ti perquisivano e ti chiedevano i documenti; tutti sentivamo che era la prima volta che ci perquisivano per la nostra sicurezza. Qualcosa di impensabile in Egitto. Quando Mubarak se ne andò e la piazza recuperò la sua normalità, non mi interessava più….non era più la nostra piazza! (ride). Quando eravamo là si respirava molta solidarietà, amicizia e anche, come donna, sentivo una profonda uguaglianza. In Egitto non siamo molto conosciuti per la nostra pulizia, però là c’erano moltissimi volontari pulendo la piazza, c’era cibo gratis per tutti…Fin dal primo momento capimmo che non saremmo potuti andare avanti se non rimanevamo tutti uniti (..)
Tutti parteciparono, ma nessun movimento politico cercò d’imporre le proprie idee, nemmeno i Fratelli Mussulmani, fatto che a me personalmente mi sembrava strano. Fin dal primo momento venne rispettato che tutte richieste dovevano essere le stesse e che non ci poteva essere alcun slogan religioso e fino ad ora non c’è stato. Credo che questa rivoluzione è riuscita a unificare molti settori sociali per lottare per una stessa causa. Per questo è riuscita ad andare aventi, e per questo si è riusciti a compiere passi molto più rapidamente di quanto si potesse immaginare. Chi poteva immaginare che in 18 giorni saremmo riusciti a porre fine a tutto?(..)
Non sono solo i 30 anni di Mubarak, bisogna anche contare l’epoca di Al Sadat. Viviamo dal 1971 in un paese dittatoriale, che oltretutto viene spacciato fuori come democratico.(..)Mentre Obama, la Unione Europea e gli altri esprimevano le loro opinioni, per la gente non faceva alcuna differenza. Che dicano ciò che vogliono perché non hanno mai parlato pensando ai nostri interessi. Loro, che durante la rivolta in Tunisia rimasero zitti, zitti, hanno appreso. E quando venne cacciato Ben Alì, furono costretti a dire che rispettavano la volontà del popolo tunisino. Per questo in Egitto tardarono poco nel criticare il sistema e nel fare appello al rispetto della volontà popolare, cosa che loro non fecero mai. Per noi è chiaro che a loro interessa non perdere il contatto con un possibile nuovo governo. Le dichiarazioni rispondono ai loro propri interessi, però la gente è più cosciente di questo e sta dando molto più di quanto si potesse immaginare. La gente ignorò incluso a chi diceva di negoziare in nome del popolo egiziano e continuò nelle strade. Fu impressionante (…)
Con il mio lavoro io non cerco di smontare stereotipi: ciò che faccio, attraverso dei miei progetti e i miei lavori, è mostrare le donne così come sono. Quando le presenti così, una delle cose che riesci a rompere sono gli stereotipi. Se vedi i film realizzati da donne egiziane negli ultimi dieci o quindici anni, sono tutti politici. E’qualcosa che la gente non sa che esiste nel nostro mondo (..)
Tutti parlano adesso di islamismo, del mondo mussulmano, delle rivolte nel mondo mussulmano..Quali paesi mussulmani? Io non sono mussulmana, provengo da una famiglia cristiana e non mi identifico come cristiana ne come mussulmana. Il Governo ha sempre cercato di creare conflitti tra mussulmani e cristiani, e l’Occidente fa lo stesso. Non siamo così, non vediamo il mondo da un punto di vista religioso. C’è gente credente, ed è ovvio che questo condiziona il loro punto di vista, però la nostra vita, la realtà che viviamo non ha niente a che vedere con la religione.
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È stato un vero massacro quello di lunedì 15 novembre, nella finca El Tumbador, municipio di Trujillo, nel nord dell’Honduras. Un esercito di più di 200 guardie di sicurezza del produttore di palma africana Miguel Facussé Barjum, presidente della Corporazione Dinant, ha attaccato con armi di grosso calibro i membri del Movimento contadino dell’Aguán, Mca, i quali avevano recuperato quelle stesse terre da oltre nove mesi. Terre che erano state usurpate loro dal sanguinario impresario per seminare palma africana.
L’attacco dei gruppi paramilitari ha lasciato un tragico saldo di cinque morti – Teodoro Acosta (45), Ignacio Reyes (50), Raúl Castillo, 45, Ciriaco Muñóz (45) e José Luis Sauceda Pastrana (32) -, uno scomparso – Noé Pérez – e vari feriti, alcuni dei quali sono ricoverati in gravi condizioni.
“Le guardie di Facussé sono arrivate alle 5 di mattino e hanno intimato ai contadini di abbandonare il luogo. Di fronte al rifiuto di questi ultimi hanno chiamato rinforzi. Sono arrivate più di 200 guardie e senza proferire parola hanno aperto il fuoco con armi di grosso calibro”, ha raccontato Santos Cruz, membro del Mca, alla Lista Informativa “Nicaragua y más” e a Sirel.
Secondo varie testimonianze, le guardie dell’impresario palmero hanno usato armi da guerra: AK-47, M-16 e fucili R-15. Hanno invaso la proprietà e hanno iniziato a inseguire i membri del Mca per più di quattro ore. Nemmeno la Polizia, che come sempre è arrivata quando la situazione si era calmata e il massacro consumato, è potuta entrare nel terreno, in quanto totalmente controllato e protetto dalle guardie. “È stato un massacro. Hanno sparato per uccidere. La gente scappava tra le palme, cercando di proteggersi. Ci sono ancora due compagni scomparsi (uno, José Luis Sauceda, è stato poi ritrovato assassinato con tre colpi di R-15 al volto dopo l’intervista ndr) e non sappiamo se si siano nascosti o se siano stati assassinati e i loro corpi sono ancora nella proprietà. Nessuno può entrare. Queste terre sono nostre e le difenderemo”, ha spiegato Cruz.
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