BOMBE, FURGONI E GIORNALI
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Come in ogni conflitto anche in quello basco spagnolo l’informazione gioca un ruolo determinante nel creare opinione e consenso. Il dibattito nella sinistra indipendentista sta provocando una ridda di voci e informazioni che cercano di sminuire l’importanza del dibattito in corso. Governo, magistratura e mezzi d’informazione fanno a gara nel forzare un’immagine funzionale a mantenere i parametri del conflitto come negli ultimi decenni. Almeno così si può dedurre da una serie di fatti di queste ultime settimane. Gli ultimi episodi, in ordine di tempo, sono l’arresto, in Portogallo, di due presunti militati di ETA a bordo di un furgone che trasportava dieci chili di materiale esplosivo. Secondo il quotidiano El Pais, l’arresto è avvenuto dopo che il furgone aveva forzato un posto di blocco nei pressi di Zamora in Spagna. Lo stesso quotidiano spagnolo in un editoriale afferma che “questo episodio conferma gli allarmi delle settimane scorse del Ministro degli Interni Rubalcaba su un possibile attentato di Eta”. In realtà i mezzi d’informazione sottolineano che il furgone non era predisposto per essere azionato e che invece trasportava materiale “per creare una base in territorio lusitano”. Nulla quindi a che vedere con ipotetici attentati a breve termine, come affermato da Rubalcaba, e non viene spiegato il perché un commando dell’ ETA avrebbe attraversato tutto il territorio spagnolo per creare una base in Portogallo quando il materiale esplosivo era composto da elementi acquistabili anche nel paese lusitano.
Seconda notizia l’arresto del militante basco Pedro Maria Olano Zabala avvenuto a Litzarza, municipio basco, dove grazie all’illegalizzazione della sinistra indipendentista, il PP governa con 25 voti rispetto ai 150 che ha ottenuto la sinistra indipendentista. Olano è stato arrestato per scontare la condanna a due anni inflittagli dall’Audiencia Nacional per le presunte minacce di morte rivolte durante una manifestazione pubblica contro il sindaco imposto del PP. Le testimonianze a carico erano solo quelle del sindaco e di due poliziotti. Dopo l’arresto però le accuse diventano ancor più pesanti. Olano, trattenuto cinque giorni in isolamento nelle mani della Guardia Civil, come prevede la legge antiterrorismo, avrebbe secondo la nuova accusa svolto la funzione di fornire esplosivo ai commandos di ETA dal 2001. Addirittura viene indicato come responsabile della fornitura di missili SAM7 a commandos di Eta che avrebbero avuto intenzione di attaccare, in quegli anni, l’ex presidente del governo Jose Maria Aznar. El Mundo dà la notizia, non ripresa da altri giornali, che Olano “è stato fatto salire su un elicottero della GC ed avrebbe indicato dall’alto i zulo, cosi denominati i covi dell’ETA”. Ma di questi “zulo” nemmeno l’ombra. Olano dopo i cinque giorni di permanenza in mano della GC, ha denunciato torture di ogni tipo sostenendo di essere stato costretto a firmare le deposizioni, ma il giudice Maralska non ha tenuto conto della denuncia e lo ha accusato formalmente di integrazione in ETA. Le denunce di Olano si aggiungono a quelle di altre centinaia di arrestati in questi anni in virtù della legge antiterrorismo. I mass media spagnoli ispirati dal governo affermano che queste denunce fanno parte di un decalogo imposto da ETA secondo il quale bisogna sempre denunciare torture.
Due domande sorgono spontanee: perché non sono stati quasi mai aperti, si contano sulle dita di una mano, procedimenti giudiziari per “calunnie”? Perché nonostante le centinaia di arresti di militanti baschi in Francia negli ultimi anni solo in un paio di occasioni sono stati denunciati “maltrattamenti” ma non torture? La risposta potrebbe essere che è inutile. Viste le relazioni di organismi internazionali che sostengono come sulla tortura il Governo spagnolo non faccia nulla, anzi, in alcuni casi, promuove i funzionari delle forze di sicurezza accusati di maltrattamenti, la risposta ipotetica non può essere considerata pretestuosa.
Altra questione. Nonostante i procedimenti giudiziari in questione siano coperti da segreto istruttorio, come sempre accade sulle vicende giudiziarie relative alla repressione della dissidenza basca, i mass media riescono ad informare minuto dopo minuto di ogni dichiarazione del detenuto in mano alle forze di sicurezza. Come dire in isolamento assoluto per cinque giorni per famigliari e avvocato di fiducia, ma non per la stampa. E’ difficile non leggere in questa continua pressione allarmistica da parte delle autorità e mass media spagnoli una volontà di intralciare il processo politico che la sinistra indipendentista basca assieme ad altre forze politiche sociali sta cercando di sviluppare. E il 30 gennaio ci sarà la prima mobilitazione congiunta. Come scrive in un editoriale il quotidiano basco Gara: “uno scenario tanto confuso rende necessari chiarimenti e non solo da parte della sinistra indipendentista, che sta affrontando la parte finale del suo dibattito, ma anche del resto degli agenti sociali baschi e del proprio esecutivo spagnolo. Tutti possono fare qualcosa affinché si materializzi questa figura retorica, tanto utilizzata nei processi di soluzione, per la quale l’oscurità è sempre più fitta proprio nel momento in cui sta per sorgere l’alba”. Per questo scendere sul terreno reale dei bisogni e della giustizia è un fantasma che rende, a molti, le notti insonni.
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MODELLO TURCO
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Talkingpeace.Trentacinque corpi avvolti in coperte di lana, disposti uno accanto all’altro su un sentiero di montagna bianco di neve. Sono le ultime vittime della guerra della Turchia contro i kurdi. Una guerra dimenticata dall’occidente, troppo interessato a dipingere la Turchia come “modello”.
Mercoledì notte F-16 dell’aviazione turca e droni senza pilota (l’ultimo acquisto delle forze armate di Ankara) hanno bombardato i pressi di un villaggio chiamato Roboski (Ortasu in turco) al confine con l’Iraq. Raccontano i testimoni di aver sentito un odore acre di bruciato, di carne bruciata. Gli abitanti di Roboski sono accorsi subito sul luogo, nonostante la neve. Sicuri di quello che avrebbero trovato. Di fronte a loro i corpi mutilati di decine di giovani e uomini, animali sventrati. Racconta al telefono un giornalista kurdo dell’agenzia DIHA di aver sentito un urlo squarciare il silenzio tetro di quella visione: una mamma disperata in cerca dei suoi due figli. Morti entrambi in quel bombardamento. Quel giornalista è uno dei pochi scampati al carcere nell’ultima offensiva delle autorità turche che hanno, in 24 ore, arrestato 49 giornalisti kurdi e di sinistra. Scomodi testimoni della guerra sporca condotta contro i kurdi sia con le armi che con il carcere e la repressione. Scomodi testimoni anche di quest’ultimo massacro.
Le foto dei corpi avvolti nelle coperte delle vittime di Roboski stanno facendo – lentamente – il giro del mondo. E intanto si cominciano a conoscere le biografie di questi uomini che le forze armate turche hanno “scambiato per terroristi”.PRIMAVERA KURDA: TEMPO DI SCELTE
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Il Newroz (il capodanno kurdo) è stato festeggiato da oltre tre milioni di persone in Kurdistan (nelle sue varie parti),
RUBALCABA: “BATTEREMO L’INDIPENDENTISMO NELLE URNE”
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Il neo candidato alla presidenza del governo spagnolo per il PSOE, Alfredo Perez Rubalcaba, ha indicato qual è uno degli

