TERRORISMO AD ALTA BESTIALITA’ – Guido Piccoli

Il 21 febbraio 2005 dei militari della XVII Brigata dell’Esercito colombiano insieme con un gruppo di paramilitari del bloque Héroes de Tolová nella regione di Urabá uccise otto persone della Comunità di Pace di San José de Apartadò. Tra loro tre bambini di 11 e 4 anni e di 18 mesi. L’articolo qui sotto ricorda le modalità terribili di quel massacro, uno dei tanti, delle migliaia commessi in Colombia, in gran parte insieme da militari e paramilitari. A cinque anni di distanza, va fatta una riflessione sul terrorismo.

“Terrorismo” e “terroristi” sono parole entrate da molti anni nella nostra vita. Diventate di moda più o meno da quando è crollato, col Muro di Berlino, anche il pericolo “rosso”. Queste parole non hanno però una definizione precisa. Il motivo è semplice: più il loro significato è incerto, più sono parole e concetti “milleusi Quelli che giocano più sporco su questa indeterminazione sono proprio quelli che usano il terrore. USA in testa, che ad esempio ospitano e proteggono dei confessi terroristi come Luis Posada Carriles y Orlando Bosh, che fecero saltare un aereo cubano  per colpire il governo dell’Avana. La spregiudicatezza di Washington li considera “combattente per la libertà”

Ma parliamo della Colombia. Chiunque, lettore più o meno distratto, o più o meno informato, direbbe che il terrorismo in Colombia ha un nome: FARC. Di violazioni del diritto internazionale umanitario, di crimini ingiustificabili, di cosiddetti “errori”la guerriglia colombiana ne ha compiuti parecchi. Colpa di un conflitto imbarbarito, della sua asimmetria, di una scarsa coscienza politica dei suoi combattenti. Non è giusto, ed è anche stupido, negarli per una presunta necessità di schierarsi “di qua o di là della barricata”. L’amore per la verità e l’onestà intellettuale vengono prima di tutto.

Ed è proprio facendo uso di queste che è possibile affermare che, storicamente, il terrorismo in Colombia ha un nome: Stato. E che i suoi esecutori sono direttamente i suoi agenti e indirettamente, su commissione, i sicari paramilitari. Le eventuali contraddizioni tra loro sono del tutto secondarie, fanno parte di quello che succede in ogni famiglia criminale.

Delitti orribili come quello di 5 anni fa sono stati commessi sempre e solo da coloro che dovrebbero proteggere la vita dei colombiani. Cioè dai soldati, con o senza l’aiuto dei paramilitari. Non c’è, ad esempio, un solo caso comprovato di un omicidio volontario di un bambino da parte della guerriglia.

Allo stesso modo, va riconosciuto che all’interno dello Stato colombiano, d’ogni suo settore, ci sono stati e ci sono frange di persone oneste. Ma che comunque e sempre sono una minoranza che ha pagato cara la sua onestà.

A trionfare sono sempre stati gli altri. Basti ricordare la figura del generale Mario Montoya, colui che venne chiamato eroe da Ingrid Betancourt appena liberata. L’attuale ambasciatore nella repubblica Dominicana è accusato da una serie di capi paramilitari di avere organizzato massacri, pagato per omicidi di oppositori, dato il via libera ad alcuni dei peggiori episodi della guerra sporca in Colombia.

Quella mattina del 21 febbraio…

Gli dicono che lo stanno cercando, lo scongiurano di nascondersi. La mattina del 21 febbraio 2005, Luis Eduardo decide di non sfuggire alla violenza, che l’ha accompagnato fin dalla nascita, trentacinque anni fa. Non vuole abbandonare la sua nuova compagna Bellanira e Deiner, il figlio undicenne che zoppica dall’esplosione, nell’agosto scorso, di una granata abbandonata dall’esercito. E’ uno dei leader più riconosciuti di San José de Apartadò. Forse si sente protetto dalla solidarietà ricevuta negli Stati Uniti e in vari paesi europei. O forse non immagina che vogliano ammazzarlo. Si sbaglia. Luis Eduardo, Bellanira e Deiner vengono intercettati vicino al rio Mulatos, portati sul greto del fiume e squartati con i machete fino ad essere decapitati. Poco lontano un altro gruppo entra sparando nella casa di Alfonso Bolivar, membro della Comunità di Pace del suo villaggio. L’uomo riesce a scappare. Scappa anche un contadino di nome Alejandro che sta percorrendo un sentiero vicino: una pallottola lo ferisce alla schiena, viene raggiunto e finito. Alfonso potrebbe salvarsi, ma quando sente le urla della moglie Sandra Milena, che chiede pietà per i suoi figli, torna indietro a morire con la sua famiglia. I machete infieriscono sul suo corpo e quello di Sandra. Nessuna pietà neppure per Natalia di quattro anni e per Santiago di solo 18 mesi. I due massacri hanno dei testimoni, il fratellastro di Luis Eduardo e un vicino di Alfonso. Sono loro che raccontano una verità spaventosa: stavolta i carnefici non sono quelli delle Autodefensas Unidas, i principali protagonisti da vent’anni della macelleria colombiana, ma i militari del 33° battaglione di controguerriglia dell’esercito. Da quattro giorni l’intera regione è sorvolata da elicotteri ed aerei bombardieri e invasa dai reparti della 17° brigata di stanza nella base di Carepa. E’ la risposta all’imboscata nella valle della Llorona di una settimana prima del V° fronte delle Farc, costata la vita a sedici soldati. Com’è successo tante altre volte, sono i civili indifesi a fare da vittime sacrificali delle rappresaglie. Da quando, nel 1997, gli sfollati di San José de Apartadò si sono proclamati Comunità di Pace, rifiutandosi di collaborare con tutti i protagonisti della guerra, compreso l’esercito, molti generali li considerano alla stregua dei ribelli. Lo stesso presidente Alvaro Uribe, nel corso di un vertice tenuto nel maggio scorso nella vicina Apartadò, sostenne che San José fosse in realtà un “corridoio” usato dalle Farc. Noncurante delle sentenze della Commissione Interamericana dei Diritti Umani e della stessa Corte Costituzionale colombiana che hanno, in più occasioni, ingiunto allo stato colombiano di “offrire una protezione speciale” alla Comunità di San José, Uribe invitò la polizia ad arrestare, se necessario, i suoi dirigenti e a deportare i volontari che li proteggono, prima di tutti quelli delle Peace Brigades.

Quando a San José si viene a sapere del massacro, partono gli inviti a bloccare la carneficina, gli appelli alle organizzazioni umanitarie in Colombia e nel mondo. Per recuperare i corpi delle vittime viene organizzata una spedizione di un centinaio di persone, accompagnata da sacerdoti, cooperanti internazionali e l’ex sindaca di Apartadò, Gloria Cuartas. La comitiva si dirige a Mulatos, nella fattoria di Alfonso, affollata di vicini che aspettano l’arrivo dei funzionari giudiziari. E’ il 25 febbraio. Il giorno dopo ci si fa guidare dai cerchi concentrici degli avvoltoi, per scoprire i cadaveri straziati di Luis Eduardo e dei suoi. All’orrore si aggiunge la rabbia. In zona vagano ancora reparti dei soldati. A differenza di altre volte, il loro atteggiamento è sfrontato. C’è chi, ironizzando sul fetore che satura la zona, sostiene che ci sia “puzza di guerrigliero morto”. Qualcun altro accusa il gruppo di essere arrivato fino a lì dietro ordine delle Farc. Vengono prese foto e rivolte minacce ai contadini. L’atteggiamento dei militari equivale ad una rivendicazione.

Di diverso tono sono ovviamente le risposte che le autorità danno pubblicamente a Gloria Cuartas, agli avvocati della Corporación Jurídica Libertad e al padre gesuita Javier Giraldo che denunciano la responsabilità della brigata XVII° nel massacro: mentre il comandante dell’esercito, Reinaldo Castellanos, definisce queste accuse “temerarie”, il ministro della Difesa, Jorge Alberto Uribe assicura una certa “tranquillità della forza pubblica, visto la sua estraneità al crimine”. Per bloccare le proteste indignate che piovono da tutto il mondo, il governo di Bogotà inizia l’abituale fuoco di sbarramento, orchestrato dal vice-presidente Francisco Santos, ormai esercitato a recitare, nello staff di Uribe, i ruoli più patetici. Salta fuori il solito guerrigliero pentito, lasciato ovviamente anonimo, che racconta che Luis Eduardo sarebbe stato ammazzato dalle Farc per non avere più voluto che San José continuasse ad essere usato dai ribelli “come luogo di riposo e vacanza”. L’assurda tesi viene fatta propria dai mezzi di comunicazione.

Il 2 marzo arriva in zona una commissione giudiziaria, che si scontra però con un muro di silenzio: nessuno vuole parlare con i giudici. Neppure Gloria Cuartas che ricorda che “tutte le testimonianze rese negli ultimi otto anni sulle violazioni dei diritti umani sono servite soltanto a criminalizzare le vittime e non i carnefici”. Dall’insediamento di Uribe, parlare di giustizia in Colombia è un eufemismo. Sottoposta a minacce e ripulita da quasi tutti gli elementi onesti, la magistratura continua ad assecondare il sodalizio tra i vertici dell’esercito e il nucleo centrale delle Auc. In Urabà fa di peggio. Oltre ad intimidire i testi o ad accumulare inutilmente le loro denunce, i giudici lasciano spesso filtrare le loro generalità, segnalandoli ai killer statali e parastatali. Dei duemila abitanti di San José, dal 1997 ne sono stati ammazzati 165, una ventina dalle Farc e dell’Eln e il resto da militari e paras. Nel centro del villaggio, cresce a dismisura un monumento di mattoni con i nomi delle vittime. Dietro le fila delle baracche, il cimitero. Tutti gli omicidi sono rimasti impuniti: come ricorda padre Javier Giraldo “in molti hanno pagato con la morte la fiducia nella giustizia”. Per questo, la Comunità ha deciso di rendere testimonianza del massacro solo alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani.

Da Bogotà Uribe tuona che “non può esserci un solo centimetro del territorio nazionale vietato alla forza pubblica”. Considerando la “neutralità” una forma di complicità con la guerriglia, il ministro della Difesa annuncia che verrà al più presto sanata l’anomalia di San José e delle altre  comunità di pace esistenti, per lo più lungo la costa pacifica. Quando, il giorno dopo, l’esercito entra nelle stradine del villaggio, i suoi abitanti minacciano un nuovo esodo, rifiutandosi di “convivere con i loro assassini”.

 

 

 


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