“EPPUR SI MUOVE” ANCHE IN PALESTINA – GUIDO PICCOLI

“Eppur si muove”. Peccato che succeda in direzione contraria a quella che motiverebbe il tourbillon di conferenze, negoziati, summit, road map, finanziamenti e aiuti internazionali, strette di mano, promesse, preghiere, appelli e chiacchiere.

La variabile più evidente sono le colonie israeliane che si allungano come tentacoli da Gerusalemme verso oriente: gli insediamenti quindi, ma anche le cosiddette by-pass road (specie di autostrade vietate ai palestinesi), la metropolitana che unirà la città alle maggiori colonie costruite nella Valle del Giordano, gli acquedotti, le reti elettriche. Tutto ad esclusivo uso e consumo dei coloni. Un tempo quella terra era chiamata Cisgiordania, e questa è storia. Nel futuro dovrebbe essere lo Stato Palestinese, e questa più che un’utopia appare una presa in giro.Guai a dirlo troppo in giro, però. Si rischia di essere bollati come disfattisti, superficiali e schematici.

In verità, il bicchiere può essere anche visto come mezzo pieno. Ad esempio, mentre aumentano le colonie, diminuiscono o diventano apparentemente più morbidi molti check-point. Ma ci sono anche altre novità. Alcune città palestinesi, a cominciare da Ramallah, sembrano riprendersi dal grigiore successivo all’ultima Intifada. Lo dimostrano il traffico a volte caotico, la folla per strada, i mercati animati e i ristoranti e bar aperti fino a notte inoltrata.

Il bicchiere mezzo pieno non esclude quello mezzo vuoto: sono serviti insieme. Va però individuata la tendenza e questa, per continuare il giro di parole, fa intravedere un calice ben amaro per i palestinesi. E’ fuor di dubbio, infatti, che sia soprattutto Israele a muovere i fili di quanto sta accadendo, positivo o negativo che sembri.

Ad arrovellare da sempre gli strateghi sionisti è soprattutto la difficoltà di appropriarsi della terra di Samaria e della Giudea (come la chiamano loro) senza però i suoi abitanti: il loro grande sogno. “La Grande Israele è finita. Non esiste più. Chi parla in questo modo si autoillude” disse nel settembre 2008 l’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert. Forse era in buona fede, forse no, magari stava recitando il solito copione per accontentare i compiacenti sponsor di Washington e Bruxelles. Fatto sta che ora, al suo posto, c’è (votato e voluto dalla grande maggioranza degli israeliani) Benjamin Netanyahu che lavora incessantemente al progetto della Grande Israele, con l’appoggio, il consenso o il silenzio di tutti gli altri partiti e movimenti politici, compresi alcuni cosiddetti pacifisti.

Un’altra verità scomoda a dirsi riguarda la compattezza dei due popoli. Gli israeliani, colpiti da una grave crisi economica, sono certamente  divisi al loro interno Gli esempi non mancano. Emergono sempre più clamorose le contraddizioni tra gli ebrei di vecchia e nuova immigrazione come, ad esempio, i falasha etiopi, raccattati una decina d’anni fa con i ponti aerei cosiddetti “umanitari” e spediti nella West Bank. Si è da tempo interrotto il flusso degli ebrei provenienti dalla Russia, dopo il milione entrato dal 1989 ad oggi e una percentuale sempre maggiore d’immigrati vede in Israele solo la comoda tappa per arrivare in Europa o negli Stati Uniti. Le tensioni esplodono anche nelle strade. Nell’estate scorsa, ogni sabato pomeriggio, sotto la Porta di Giaffa divampavano concitate scaramucce tra decine di poliziotti e una folla di haredim in palandrana nera e colbacco che, al grido di “sabbath!”, protestavano contro l’apertura, nonostante la festività, dell’unico mega-parcheggio centrale esistente in centro. La maggioranza della popolazione mal sopporta questi ultraortodossi che ricevono un sussidio più alto dello stipendio medio israeliano, per dedicarsi allo studio a tempo pieno della Torah, e che sono esentati dal servizio militare. E nemmeno ama confondersi con gli altri ultraortodossi che, mitra a tracolla, affollano gli avamposti costruiti in Cisgiordania.

Ma tutte queste divisioni scompaiono quando si tratta di affrontare il “nemico arabo”. In questo caso tornano utili sia i cosiddetti “Talebani d’Israele” che buona parte dei coloni inviati nei Territori Occupati. Se mai un giorno alla Knesset si decidesse di sgomberarli, si rivolterebbero tutti contro gli stessi soldati della Tsahal come successe a Gaza nell’agosto 2005. E con le dovute proporzioni: a Gaza i settlers erano ottomila, nella West Bank 400mila.

Ma da Gerusalemme non verrà mai questo ordine.

In Cisgiordania sono considerati eroi le persone come Nadia Matar, una delle leader delle Women in Green, che sostiene di voler ”difendere col sangue questa terra che è nostra da almeno quattromila anni”. La donna, che vive ad Efrait, è impegnata nel progetto di costruzione  di un insediamento sulla collina di Oush Grab, a poche centinaia di metri da Betlemme. Nadia non prende minimamente in considerazione gli accordi e le leggi internazionali. Secondo lei, “è Dio ad avere dato questa terra al popolo d’Israele”. Dall’aspetto, sembra una nostalgica “figlia dei fiori”. In realtà, il suo fanatismo è maggiore di quello del più fondamentalista tra i palestinesi che rivendica la terra in cui abita rifacendosi non tanto al Corano o ad Allah, ma a ripetute risoluzioni dell’Onu.

Quando si tratta di affrontare il nemico, quello vero, rappresentato da Hamas (che vinse le ultime – libere e monitorate- elezioni del gennaio 2006) tutti si allineano. E succede anche quando è bombardata con ogni tipo di ordigno la popolazione inerme: l’operazione “Piombo fuso” del gennaio scorso a Gaza fu realizzata con il consenso di settori pacifisti come Peace Now o di personalità progressiste come la cantante Noah.

Mentre Israele è più forte e unita che mai, è sempre più debole e soprattutto divisa quella che dovrebbe essere la Palestina e che, per adesso, si riduce ai palestinesi. Tra loro ci sono le centinaia di migliaia che si sono stabiliti in giro per il mondo e i quattro milioni di profughi dei campi sparsi in Medio Oriente, senza più alcuna speranza di rivedere la loro terra, come spetterebbe loro in base al principio del “diritto al ritorno” dell’Onu: dimenticati, trascurati e considerati da tutti un fastidio e un problema senza soluzione. Poi, i palestinesi-israeliani, cittadini di serie “B” dello Stato ebraico. Poi, quelli di Gaza, rinchiusi in un carcere a cielo aperto, sottoposti ad un’ignobile punizione collettiva motivata dall’egemonia esercitata da Hamas. E poi, quelli della Cisgiordania, divisi a loro volta in residenti in zone “A”, “B” o “C”, definite in base al controllo amministrativo e militare da parte di Israele o della Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

Insomma, un “divide et impera” efficace e raffinato, che perpetua il potere israeliano, anche laddove non sembra. Ad esempio, se è vero che nelle grandi città come Ramallah e Nablus sventola la bandiera palestinese, è altrettanto vero che di notte i militari israeliani vi entrano a loro piacimento per procedere ad arresti, con la collaborazione delle forze di sicurezza della ANP. E ancora, se Ramallah sembra tornare ai tempi in cui era soprannominata la “Parigi della Cisgiordania”, è anche per l’allentamento della pressione da parte dei governanti ebraici, intenzionati a sponsorizzare la città come capitale del puzzle palestinese che sarà eventualmente spacciato per Stato: l’importante è che i palestinesi si dimentichino di AL Qods e si rassegnino a considerare Gerusalemme “capitale indivisibile ed eterna dello Stato ebraico”.

Da anni Gerusalemme, o meglio la sua parte orientale, a maggioranza palestinese, è il principale obiettivo della macchina di conquista israeliana. Dove non bastano le offerte d’acquisto delle case, a cacciare i “nemici arabi” ci pensano i funzionari che producono un groviglio kafkiano di leggi “ad hoc”, notai che autenticano fasulli attestati di proprietà, i giudici che fingono una neutralità a cui nessuno crede, poliziotti e militari. All’inizio d’agosto, ne sono venuti a centinaia per sfrattare due famiglie palestinesi dalle loro casette nel quartiere di Sheikh Jarrah. Manganellate, calci e pugni non hanno risparmiato donne, ragazzini e pacifisti israeliani. A distribuirli senza pietà erano nerboruti poliziotti in divisa celeste, ma anche soldati e soldatesse che, in abiti civili e senza armi, sembrerebbero teen-agers incapaci della furia e dell’odio sfoggiati quel giorno. Il blitz serviva a sostituire le famiglie sfrattate con altrettante di ultraortodossi che, appena subentrati nelle case, hanno intonato canti religiosi ed issato sul tetto la bandiera con la Stella di Davide. Mentre rimangono nei cassetti della burocrazia i progetti di ristrutturazione o ampliamento delle case palestinesi, le demolizioni procedono senza interruzione: su più di ventimila abitazioni di Gerusalemme est (quasi un terzo di quelle palestinesi) pende l’ordine di sgombero per i più svariati motivi.

Nel frattempo, procede la costruzione di 50 chilometri di muro alto sette metri e 700 di filo spinato, fatti collocare dai governanti di Tel Aviv per difendersi dagli attacchi terroristici o, come sostengono i palestinesi, per impadronirsi di un’altra porzione della Cisgiordania. L’espansione sionista, tesa a dilatare i propri confini “de facto”, sembra inarrestabile quanto la resistenza palestinese appare sterile e vana.

Lasciati soli a contendersi la stessa terra, israeliani e palestinesi riproporrebbero all’infinito quanto è successo in questi anni e il mondo se ne accorgerebbe di tanto in tanto. Quindi, una vittoria netta per gli israeliani, soverchianti in armamenti e appoggi internazionali, ma mai definitiva: come tutti coloro che non hanno niente da perdere, i palestinesi risultano invincibili.

Un rimescolamento delle carte che porti ad una pace giusta è possibile solo intervenendo dall’esterno. Per qualche mese si è sperato in un cambio di rotta da parte di Obama. Sperato e anche temuto visto i manifesti raffiguranti il presidente Usa con la kefia palestinese con cui sono state tappezzate le by-pass road. Speranze e timori si sono dimostrati ingiustificati. Di fronte al Nobel della Pace, che in questa come in altre disavventure internazionali (dall’Afghanistan all’Honduras) ha dimostrato d’essere più innovativo con le parole che con i fatti, Benjamin Netanyahu ha avuto vita facile, arrivando solo a promettere un congelamento temporaneo della colonizzazione, ma non a Gerusalemme. Qualcosa che è apparso un’offesa persino al sempre compiacente Abu Mazen. Dai governi stranieri non è possibile aspettarsi niente.

Un compito importante spetta quindi ai movimenti di contestazione nell’appoggio della lotta dei comitati di Resistenza Popolare all’occupazione (come quello storico del villaggio di Bilin contro il Muro) e anche della piattaforma peri il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele, perché rispetti il diritto internazionale e i diritti umani. L’esempio è quello vincente, realizzato contro il Sudafrica al tempo dell’apartheid: un paragone più che giustificato, che scandalizza solo quanti si ostinano a non vedere la barbarie sistematica attuata contro i palestinesi. Il movimento per il BDS sta diffondendosi in molti paesi europei, con un preoccupante ritardo per l’Italia, anche grazie all’appoggio di pochi ma determinati esponenti ebrei. E attira critiche solite e furibonde. Solite perché fatte riproponendo la stucchevole e cinica accusa di “anti-semitismo”. E furibonde perché il BDS sta colpendo duro Israele e i suoi rappresentanti e cantori in giro per il mondo.

 


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I fratelli minori – il nuovo libro di Enrico Palandri

E’ uscito in questi giorni per Bompiani “I fratelli minori”, il nuovo romanzo di Enrico Palandri. Veneziano, Palandri ha lasciato l’Italia nel 1980 e dopo il successo di Boccalone (romanzo di una generazione, quella del ’77 ma anche di quella successiva e un po’ precursore come sostiene qualcuno del concetto di moltitudine negriana). Nei suoi libri come nella sua biografia personale si incrociano ricerca e un lavoro intenso sul sé, sulle relazioni fra persone, sull’andare e venire, sullo stare abbastanza bene ovunque ma mai benissimo in alcun posto. I fratelli minori è un po’ la conclusione di questo percorso di ricerca. Una fine dove trionfano le persone, e soprattutto le persone implicate le une nelle altre. La storia è su due livelli temporali, gli anni ’70 e gli anni 2000. I due fratelli Martha e Julian (un po’ inglesi e un po’ italiani) figli di un famoso cantante d’opera veneziano, scelgono l’una di cambiare identità per evitare il peso del padre (anche Martha vuole cantare opera) e l’altro – il fratello minore – cercherà tutta la vita di ‘evitare’ gli altri. Il ’77 e l’Italia degli anni di piombo entrano nel personaggio di Giovanni (fidanzato di Martha). Ma è il ragionare sull’identità, sull’esilio, sugli altri il cuore del libro. Perché sono le questioni con cui si dibatte Palandri da anni. “Ho iniziato questo libro – dice lo scrittore – diversi anni fa. Mi sono accorto che avevo scritto più o meno con la stessa voce, rivolgendomi a un nucleo di temi abbastanza simili tra di loro fin da un altro mio libro, “Le pietre e il sale. Voglio che il romanzo sia autonomo, – aggiunge – però per me è un po’ la conclusione di un percorso cominciato per me quando sono andato in Inghilterra nel 1980”.

Andare in un luogo diverso ha permesso anche di continuare a ragionare su quanto accaduto nel tuo passato, negli anni ’70.

Sì. I miei sono libri che hanno a che fare con lo spatrio, il fallimento degli anni ’70, il superamento di questo fallimento. Ma non come il superamento proposto in Italia, cioè sostanzialmente con la figura del pentimento e del ravvedimento. Io non mi sono né pentito né ravveduto, io mi sono continuato. Credo che il pentimento sia una brutta figura perché tende a nascondere il percorso che hai fatto, tenta di rinascere non sulla storia ma su un altro piano. E di questo non mi fido. Non che l’altro piano non esista, la metafisica è sempre qualcosa che accompagna ed è parallela. Ma non credo che si possa uscire dalla storia per andare nella metafisica. Per questo il pentimento come pura morale che si oppone a ciò che hanno prodotto le circostanze, le classi sociali, i conflitti, non mi interessa. Purtroppo questa è stata la figura con cui si sono chiusi gli anni ’70. Io penso che noi siamo stati sostanzialmente la prima generazione che usciva da Yalta, non solo in Italia, in Inghilterra e siamo stati bloccati dal compromesso storico, cioè dai custodi di Yalta, il partito comunista e la Democrazia cristiana che erano i custodi dell’accordo siglato nel secondo dopoguerra. Sia da destra che da sinistra hanno visto nei movimenti qualcosa di inaccettabile perché andava da un’altra parte, anche se era la stessa cosa che accadeva in Inghilterra, in Francia, in America. Ma qui è stato tutto legato alla storia del terrorismo che invece era un fatto minore, legato molto alla storia del comunismo e non dei movimenti, in cui si poteva passare dai movimenti ma per disperazione, per sfiducia nella società, nella possibilità di cambiare, di essere nella società. Nel terrorismo c’era proprio quell’atto disperato che ho cercato, nel libro, di rendere nel personaggio di Giovanni. Non voglio dire nulla in generale sul terrorismo, ma ho cercato di avvicinarmi alle motivazioni del fallimento personale, di esposizione alla differenza sociale che è un tema che ricorre un po’ in tutto in libro. Mi è interessato molto analizzare come i personaggi che ho costruito sentono la propria condizione sociale e quella degli altri e come questi cambiamenti di status hanno un effetto profondo nella vita sentimentale, quando pensano di innamorarsi, nei revanscismi, in quello che si trascinano. C’è come una storia sociale privata che è una specie di biografia del singolo.

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