I fratelli minori – il nuovo libro di Enrico Palandri

I fratelli minori – il nuovo libro di Enrico Palandri

Essere inglesi e italiani era bello, pareva di non dover pagare debiti di appartenenza né a un paese né all’altro. Questa frase del libro sintetizza bene quello che si prova a stare un po’ di qua e un po’ di là.

Sono andato a vivere in Inghilterra per la prima volta nel 1980. Allora avevamo una sorta di permesso di soggiorno, mentre ora basta un passaporto e abbiamo una moneta unica. Voglio dire, le cose sono davvero molto cambiate. Per questo penso sarebbe interessante vedere quali sono davvero i rapporti reali nel leghismo nostrano. Quali sono i rapporti della lega con le badanti, con i migranti. C’è un tessuto sotto il razzismo che è molto più complicato. Soprattutto nel Veneto, non può essere una reazione di un paese isolato che improvvisamente vede spuntare dei neri. Si tratta di una reazione alla società in cui stai vivendo e con cui hai  molti rapporti e che non vedi, a cui non vuoi dare cittadinanza, e allora il razzismo diventa la giustificazione morale della schiavitù, del fatto che tu a queste persone non riconosci alcun diritto e le tieni in una condizione di fragilità anche di permanenza, dipendesse da te non gli daresti il permesso di soggiorno, però ne hai un bisogno disperato e sono i nuovi schiavi e in realtà reintroduce un progetto terribile. Il multiculturalismo è stato un tentativo di rispondere a questa nuova realtà, con  molti limiti, ma tentativo di articolare (viene dagli Usa) le diversità in una compresenza in cui i diritti civili sono consentiti a tutti quelli che ci stanno e non dipendono dall’identità. l’identità deve diventare qualcosa di diverso.

Qui si inserisce il tuo lavoro sull’identità.

Ho lavorato molto su me stesso, per la mia biografia. In fondo il concetto di identità nazionale è abbastanza recente, basta leggere le memorie di Casanova, Goldoni, Russeau, Autori settecenteschi che non avevano questa idea di stato nazione. L’Europa era un territorio più poroso. Il passaporto non era qualcosa per entrare ma era qualcosa per uscire dal tuo signore. L’identità nazionale che oggi si sta disfacendo è consistita nell’identificazione di 3 elementi fondamentali: identità territoriale, identità tra territorio e lingua e identità tra territorio, lingua e cultura. Ma di fatto questi tre elementi non vanno mai insieme, perché la lingua cambia, la cultura cambia. perché a meno che tu non faccia il tentativo dei fascismi di tenere fuori le influenze straniere, per forza la gente cresce leggendo culture altre… quindi i contenuti culturali non si identificano con la lingua e neanche con i territori.

L’identità è quella familiare per prima cosa. E per Martha nel libro questa è quella di cui liberarsi anche per le scelte di vita che fa. Più profondamente c’è il rapporto con il padre che è terribile. Emanciparsi dal padre è un grande lavoro, per gli uomini come le donne, in maniera diversa.

E poi ci sono i fratelli minori.

C’è nei fratelli minori l’attrazione per un pezzo di vita che è stata vissuta da qualcuno più grande di te che non è il padre. C’è un fondo che è il fatto che noi siamo implicati gli uni negli altri. Lì c’è quello che in un’altra epoca per me sarebbe stato il socialismo, e forse ancora lo è. La fiducia nell’altro. E’ sempre un equilibrio difficile… Però sono questi due elementi, l’individuo, quello che la persona è e deve cercare di essere fino in fondo e la società, il rapporto con gli altri ma non gli altri in astratto. Ma le persone che amiamo. E quello è già il socialismo e non è vero che si può chiudere in una famiglia, in una identità territoriale. Gli altri è un termine universale in cui noi biograficamente siamo coinvolti in maniera diversa. Ma il fatto che queste cose contino e ti costruiscano fin da piccolo. E quello che è più doloroso per i fratelli minori è che non è una cosa felice. E’ dolorosa ma necessaria. Perché ci sono conflitti. Il rapporto con i nostri fratelli, siamo i primi, i secondi, gli ultimi. E’ un conflitto che va portato. Nel mondo noi saremo sempre strutturati da questa posizione nella famiglia. C’è chi cerca di eliminare i fratelli minori, chi cerca di costruirsi spazio perché non ne aveva in casa. Vorrei che questo libro venisse inteso come un libro sulla fraternità. Essere implicati gli uni negli altri è il reale che ha questo aspetto non felice ma così profondamente necessario. Che noi siamo al mondo perché siamo tra gli altri. Al contrario il modello che ti illude che in fondo attraverso il lavoro e la ricchezza ci si può sottrarre agli altri, in realtà non è vero. E’ illusorio.

Quello che si è cercato di dire anche negli anni ’70.

A un certo punto negli anni ’70 mentre un gruppo di persone si erano incatenati in piazza per protesta contro degli arresti e io ero a Radio Alice con Julian Beckett e Judith Malina che avevano appena fatto uno spettacolo e c’era stata una carica. Ho fatto nella notte una intervista lunghissima… parlavamo della violenza e loro erano molto pacifisti. Judith Malina ha detto, “Sai, un movimento non è solo manifestazioni, organizzazioni, può anche essere un libro, uno spettacolo di teatro e tu puoi essere anche molto solo in una città di provincia ma capisci che c’è un mondo intorno a te, che ti assomiglia, con cui puoi avere un contatto”.


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Boris Pahor rifiuta il premio del sindaco di Trieste perchè non cita i crimini fascisti

Boris Pahor, scrittore triestino sloveno è un fiume in piena. A 97 anni racconta, racconta, senza mai stancarsi, senza mai perdere una volta il filo del ragionamento che ci tiene a fare, per ribadire che il fascismo è iniziato prima della salita al governo di Mussolini. Anche per questo quando lo scorso dicembre il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza (Pdl), gli voleva conferire la cittadinanza onoraria, Boris Pahor ha declinato l’invito. Ha ritirato invece quello che gli è stato conferito dall’associazione “Liberi e uguali”.

Cominciamo da qui. Perché ha rifiutato il riconoscimento del sindaco?

Quando ho saputo che volevano darmi un riconoscimento, ho saputo anche che il testo conteneva la mia sofferenza nei campi di concentramento tedeschi. Allora ho scritto al signor sindaco che lo ringraziavo per l’idea, solo che la mia vita non è stata segnata solo dal campo di concentramento tedesco. Prima ancora c’è stata la mia gioventù, segnata drammaticamente dal fascismo. Ho perduto un mucchio di anni perché la lingua slovena era proibita e io non ce l’ho fatta a fare il passaggio dalle elementari slovene alla quinta italiana. E non perché non fossi capace da un punto di vista intellettuale, ma perché non potevo diventare italiano per forza. Il regime voleva che tutta la popolazione risultasse italiana (gli sloveni, noi del Carso e del litorale sloveno, e quelli dell’Istria e della Croazia). Hanno cambiato nomi e cognomi alla gente in maniera che noi di fatto risultassimo spariti. Per farla breve, ho detto al sindaco: “io la avverto prima perché non voglio che lei mi dia il riconoscimento senza nominare il fascismo. Altrimenti lo rifiuterei”. Tutto là, insomma. Poi il sindaco, parlando di questo con i rappresentanti sloveni (qui ci sono due società che si interessano alla nostra cultura, una piuttosto di sinistra, l’altra piuttosto diciamo democratico-cattolica), ha deciso risposto che pretendevo di formulare io la motivazione. ‘A caval donato non si guarda in bocca’, ha detto. Al che non posso che rispondere che se mi avessero dato un cavallo l’avrei accettato, ma non posso accettare che si dica che sono stato in un campo di concentramento tedesco tralasciando la mia gioventù che mi è stata praticamente rovinata, non l’ho avuta io la gioventù.

 

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