DICHIARAZIONE DI ALTSASU – novembre 2009

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UN PRIMO PASSO PER IL PROCESSO DEMOCRATICO:

PRINCIPI E VOLONTA DELLA SINISTRA ABERTZALE

 

Siamo indipendentisti, donne e uomini di diverse generazioni che abbiamo lavorato

e continuiamo a lavorare per costruire e sviluppare un progetto di liberazione nazionale e

sociale. Il nostro obiettivo è la costruzione di uno Stato proprio perché consideriamo che è

l’unica forma per garantire totalmente la sopravvivenza e lo sviluppo pieno del Popolo

Basco, in armonia e solidarietà con il resto dei popoli d’Europa e del mondo. È un nostro

legittimo progetto politico, che intendiamo raggiungere con l’adesione maggioritaria della

società basca.

L’attuale ordinamento giuridico-politico, che divide il nostro territorio e limita i diritti dei

suoi cittadini e cittadine, si conferma come uno scenario che perpetua il conflitto politico e

armato. Non permette che la cittadinanza basca possa decidere, liberamente, il suo

proprio futuro.

In questo contesto, la violenza e lo scontro armato si sono prolungati più a lungo di

quanto nessuno avrebbe desiderato, con costi umani e politici che tutti e tutte conosciamo.

È nostra priorità superare questo scenario.

Queste tre ultime decadi del conflitto rendono chiara un’altra conclusione: siamo un

movimento politico a cui il tempo ha dato ragione. Come dimostra, a partire da quella

iniziale esigenza di rottura democratica rispetto al regime franchista, il “no” del Popolo

Basco alla Costituzione spagnola, alla NATO o alla centrale nucleare di Lemoiz. Come

dimostra il nostro sforzo per evitare che la trappola di questi statuti di autonomia si

consolidasse. Come dimostra la nostra opposizione frontale al capitalismo selvaggio.

Non è stato solo sul terreno dell’opposizione e della protesta che noi indipendentisti e

indipendentiste abbiamo vinto battaglie politiche e ideologiche. Le proposte di soluzione e

per il futuro realizzate dalla sinistra abertzale, hanno fatto presa in ampi settori della

società ed in alcuni casi, in modo maggioritario. Le iniziative per una soluzione negoziata,

le idee per raggiungere un quadro democratico o le dinamiche di costruzione nazionale,

hanno reso possibile indubbi avanzamenti nel processo politico basco.

In questi ultimi anni si è progredito su alcune questioni che hanno reso non solo

desiderabile ma anche possibile, per tutta la cittadinanza, materializzare positivamente un

cambiamento di fase politica: nel dibattito politico aperto nell’ultima decade – che ha

collocato perfettamente i nodi da sciogliere per trovare una soluzione-; nel lavoro e nella

lotta instancabili di migliaia di persone e settori sociali che hanno permesso di arrivare alle

soglie dell’agognato cambio politico reale; nel lasciarsi alle spalle le conseguenze dannose

di questo conflitto. Un cambio di fase politica che sostituisca lo scontro armato, il blocco e

la mancanza di aspettative per il dialogo, l’accordo e una soluzione giusta, stabile e

duratura per il paese.

Nel bene e nel male abbiamo portato il processo di liberazione verso una fase di

cambiamento politico. Adesso si tratta di rendere questo cambiamento irreversibile.

Materializzare il cambiamento esige anche cambiamenti in noi stessi e in noi stesse. Era

necessaria una profonda autocritica e la stiamo facendo.

La sinistra abertzale ha ben presente che il punto non è conoscere o attendere quello

che il resto degli attori politici e sociali sono disposti a fare, ma stabilire quello che noi

dobbiamo e siamo disposti e disposte a fare. La nuova fase necessita nuove strategie,

nuove politiche di alleanza e nuovi strumenti.

Partendo dalla considerazione che gli obiettivi da raggiungere, nella nuova fase, sono

il riconoscimento nazionale di Euskal Herria ed il riconoscimento del diritto

all’autodeterminazione, per arrivare al cambiamento politico è indispensabile una

crescente accumulazione di forze e portare il contenzioso con gli stati sul terreno dove

questi sono più deboli, ovvero quello politico. Per questo la lotta di massa, istituzionale ed

ideologica, il cambio delle relazioni di forza e la ricerca di appoggio in ambito

internazionale devono essere le fondamenta della nuova strategia.

Lo strumento fondamentale per la nuova fase politica è il Processo Democratico e la

sua messa in moto, una decisione unilaterale della Sinistra Abertzale. Per il suo sviluppo

si cercheranno accordi bilaterali o multilaterali; con gli attori politici baschi, con la comunità

internazionale e con gli stati per il superamento del conflitto. In definitiva il Processo

Democratico è la scommessa strategica della sinistra abertzale per ottenere il

cambiamento politico e sociale.

Tutte queste considerazioni sono comunemente condivise nella Sinistra Abertzale nel

quadro del dibattito che si sta sviluppando internamente, con responsabilità. Allo stesso

tempo, attraverso questo dibattito, si intende assumere come propri per tutta la base

militante e sociale i seguenti principi, che vogliamo condividere adesso con la cittadinanza

basca, attori politici, sindacali e sociali del paese così come con la Comunità

Internazionale:

1.La volontà popolare espressa attraverso vie pacifiche e democratiche, diviene

l’unico riferimento del processo di soluzione democratica, sia per sancirne la sua

messa in moto che il suo migliore sviluppo cosi come per raggiungere gli accordi che

dovranno essere condivisi dai cittadini e cittadine. La Sinistra abertzale, come

dovrebbero fare il resto degli attori politici, si impegna solennemente a rispettare ogni

fase del processo decisionale che liberamente, pacificamente e democraticamente

adotteranno i cittadini e le cittadine basche.

2. L’ordinamento giuridico-politico risultante, in ogni fase deve essere

conseguenza della volontà popolare e deve garantire i diritti di tutti i cittadini e cittadine.

Le cornici legali vigenti in ogni fase, non possono essere freno o ostacolo alla libera

volontà popolare democraticamente espressa, ma devono essere bensì garanzia del

suo esercizio.

3. Gli accordi da raggiungere nello sviluppo democratico dovranno rispettare e

regolare i diritti riconosciuti tanto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, come

nel Patto Internazionale dei Diritti Economici, Sociali e Culturali e il Patto Internazionali

dei Diritti Civili e Politici, cosi come altre normative internazionali concernenti i Diritti

Umani, siano essi individuali che collettivi.

4. Il dialogo politico inclusivo, a parità di condizioni, diviene il principale strumento

per raggiungere accordi tra le differenti sensibilità politiche del paese. La sinistra

abertzale dichiara la sua totale volontà di essere parte di questo dialogo.

5. Nel quadro del processo democratico il dialogo tra le forze politiche deve avere

come obiettivo un Accordo Politico risolutivo, che dovrà essere approvato dalla

cittadinanza. L’accordo risultante dovrà garantire che tutti i progetti politici possano non

solo essere difesi in condizioni di pari opportunità ed in assenza di qualsiasi forma di

coercizione o ingerenza ma che possano materializzarsi se questo è il desiderio

maggioritario della cittadinanza basca espresso attraverso i procedimenti legali idonei.

6. Il processo democratico deve svilupparsi in assenza totale di violenza e senza

ingerenze, mediante l’utilizzazione di vie e mezzi esclusivamente politici e democratici.

Partiamo dal convincimento che questa strategia politica renderà possibili i progressi in

un Processo Democratico. Sud Africa e Irlanda sono, in tal senso, l’esempio.

7. Rinnoviamo il nostro impegno con la proposta di Anoeta. In linea con essa, si

devono stabilire un processo di dialogo ed accordo multipartitico a parità di condizioni

tra l’insieme delle forze del paese, che favorisca la creazione di un quadro democratico

con il quale la cittadinanza possa decidere liberamente e democraticamente rispetto al

suo futuro come deciso dalla volontà popolare. Questo processo, deve basarsi sui

principi del senatore Mitchell. D’altro canto, deve stabilirsi un processo di negoziazione

tra ETA e lo Stato spagnolo che contempli la smilitarizzazione del paese, liberazione di

prigionieri e prigioniere politiche basche, ritorno di esiliati ed esiliate e un trattamento

giusto ed equo alle delle vittime del conflitto.

Per tutto questo, riaffermiamo la nostra posizione senza riserve rispetto ad un

processo politico pacifico e democratico per raggiungere una democrazia inclusiva dove il

popolo basco, libero e senza intimidazione di alcun tipo, determini liberamente il suo

futuro.

Euskal Herria, 14 novembre 2009


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LA STORIA DI ÖZGÜR

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Orsola Casagrande. Diyarbakir.«Senti questo odore? E’ l’odore della guerra. Ti prende alla gola, è ovunque ». Il giovane annusa l’aria e invita a fare lo stesso. La guerra ha un odore. Agre, intenso. È l’odore lasciato dagli F16 che sorvolano la città in continuazione. È l’odore delle camionette militari, della polvere della strada di questa città tormentata. Diyarbakir, capitale del Kurdistan turco, più di un milione e mezzo di abitanti (centinaia di migliaia sono profughi interni).

Il giovane parla con un tono di voce sereno. E’ calmo. E ci si chiede come faccia a esserlo visto che ogni giorno ormai potrebbe venire da Ankara la notizia che ha perso il suo appello e potrebbe presto trovarsi in carcere condannato a 12 anni per “propaganda per un’organizzazione illegale”, vale a dire il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). “No, non sono andato alla manifestazione, l’altro giorno – dice – perché mi hanno vietato di partecipare a manifestazioni politiche per cinque anni”.

La guerra ha suoni così come ha odori. Non è solo il suono degli aerei da guerra diretti verso il Kurdistan del Sud (cioè la regione del Kurdistan in Iraq). E non è nemmeno solo il suono degli elicotteri delle forze armate e di polizia che volano bassi sopra le case. Né il rumore dei carri armati, e se ne possono vedere molti in questi giorni a Diyarbakir.

La guerra ha i suoni che sono le parole spezzate di coloro che ne raccontano gli orrori.

Özgür Da?han (Sipan Amed) aveva 27 anni. Era un guerrigliero del PKK. Ha perso la vita in uno dei recenti scontri. La sua fotografia è su una credenza del salotto di questa casa dove il dolore è tangibile. Gulistan e Mehmet Da?han si siedono sul divano lei, sulla poltrona lui. Con loro altre due figlie. “Özgür è il nostro primo figlio”, dice Gulistan lanciano uno sguardo alla foto. I suoi occhi si riempiono di lacrime. Lei è una madre. E’ già abbastanza doloroso per una madre sopravvivere a suo figlio. Ma a Gulistan Da?han è stato negato anche di vedere suo figlio per l’ultima volta. “Non hanno voluto farmi vedere il corpo – dice – hanno detto non avrei potuto reggere la vista di quel corpo, di quello che gli avevano fatto”. Guarda la foto ancora una volta e aggiunge: “Ma ho visto cosa gli hanno fatto, ho visto le foto  sui giornali”. Ha smesso di mangiare il giorno che ha visto quelle immagini. “La vita – dice – mi ha abbandonato il giorno in cui mio figlio è morto. Ora sto mangiando un po’, ma solo perché ho altre figlie e devo continuare a vivere per loro”.

Le immagini di Özgür ormai senza vita raccontano una storia terribile, quella di una violazione indicibile, di un’offesa su un giovane già morto. Il corpo di Özgür Da?han è stato infatti orrendamente mutilato dopo che il giovane era già morto. “Non so – dice Gulistan Da?han – come un uomo possa fare una cosa simile a un altro uomo”. Rivolge uno sguardo a suo marito, Mehmet, e gli dice di parlare. Lui lo fa, in un tono pacato di voce. Eppure quello che sta dicendo è angosciante. Si tratta di un racconto di brutalità, di violenza disumana. Ma comincia come la storia di uno dei tanti bambini cresciuti in Kurdistan che non poteva rimanere seduto e guardare la violenza e la brutalità che venivano imposte al suo popolo.

“Özgür non è stato indifferente a quello che vedeva attorno a lui. – Dice Mehmet Da?han – Quando era un bambino, alla scuola elementare, un nostro parente, che era un comandante guerrigliero ha perso la vita. Per Özgür la presenza di un ‘martire’ in famiglia ha significato un suo aumento di interesse per la storia kurda e la storia del movimento di liberazione kurdo. Lui aveva studiato ingegneria elettrica, ma il suo vero interesse era la storia. Ha letto tutti i libri disponibili sulla storia kurda, dalle origini, la rivolta di Seik Said [1925. Ndr], il massacro di Dersim [1938. Ndr]. Nell’ultimo periodo che ha passato a casa ha fatto una ricerca molto completa su questo tema. Quando tornava a casa in compagnia dei suoi amici, andavano nella sua stanza, chiudevano la porta e so che parlavano del PKK, della lotta di liberazione”.

Özgür è entrato nel PKK quando aveva 20. Era un giovane sensibile che non poteva stare a guardare la sua gente, amici, parenti subire abusi costanti da parte delle autorità turche.

“Siamo riusciti a vederlo ancora una volta, dopo che era già entrato nel PKK. – dice Mehmet Da?han – Siamo andati in montagna per vederlo. Siamo rimasti 11 giorni. Lui è arrivato l’ultimo giorno della nostra permanenza. Ma ci ha detto che non sarebbe potuto rimanere con noi a lungo perché aveva delle mansioni da svolgere”.

 

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