PROCESSATE IL MESSAGGERO

“La Corte Suprema statunitense ha confermato una legge di grande significato che permette di processare come terroristi quei cittadini statunitensi che offrano consulenza a organizzazioni proibite, includendo consulenze legali ed informazione sulla risoluzione dei conflitti. Il caso scaturì dalla consulenza su diritti umani fornita da un gruppo della California a organizzazioni kurde e tamil che sono nella lista delle organizzazioni terroriste degli Stati Uniti”. La notizia pubblicata dal quotidiano inglese The Guardian alcune settimane fa sintetizza l’andazzo in materia di soluzione dei conflitti che predomina la politica del potenze politiche mondiali. Lo ricordava all’atro capo del mondo, il portavoce del movimento indiano naxalita Mallojula Koteswara Rao quando ricordava che chi non vuole il dialogo è il governo di Nuova Dheli, che dal 2008 ultimi anni continua a  ripetere che il movimento naxalita, la cui base sociale sono le tribù native degli Adivasi “è il principale pericolo per l’India”. Rao ricordava che “quando il nostro compagno Azad stava preparando il terreno per le conversazioni, è stata assassinato a tradimento (..) è quindi chiaro che per le sue attività il Governo non vuole alcuna pace”. Insomma, nonostante parole roboanti e celebrazioni di convenzioni internazionali per i diritti umani lo strumento del dialogo per risolvere i conflitti viene considerato nel migliore dei casi come scelta di campo a favore della parte dissidente. José Maria Aznar, ex presidente spagnolo, disse in riferimento al movimento per dialogo basco Elkarri che “gli ambiti di dialogo e negoziazione, cosi utili per garantire il pluralismo, sono  funzionali al loro gioco – dei “terroristi” ndr – che altro non è che il ricatto alle democrazie”. Proprio in quei mesi Aznar si riunirà alle Azzorre con i suoi omologhi Bush e Blair per dare il via pochi mesi dopo alla mattanza democratica dell’Iraq, un ricatto al popolo iracheno che provocherà centinia di migliaia di vittime Ma la dottrina Aznar, versione spagnola della guerra preventiva cos’ tanto in voga, è ormai parte della cultura giuridico politica spagnola. Il 11 novembre è previsto l’ennesimo processo politico contro esponenti della sinistra indipendentista basca che stanno ormai raggiungendo un record per citazioni a giudizio. Siederanno sul banco degli imputati Joeba Permach, Joseba Alvarez  e Arnaldo Otegi allora esponenti di Batasuna, con l’accusa di aver promosso il meeting di Anoeta (San Sebastian) il 14 settembre 2004. Fu una manifestazione alla quale presero parte 14 mila persone e dove ci fu una sorta di riassunto della storia della sinistra indipendentista in questi ultimi cinquant’anni. Però soprattutto venne presentata la proposta che aprirà la strada a un processo democratico per la soluzione del conflitto basco spagnolo. Vennero proposti i due tavoli di negoziato: quello tra Governo ed ETA su smilitarizzazione, prigionieri e vittime, e l’altro tra le forze politiche per trovare un accordo politico per la soluzione del conflitto. Insomma era il primo grande passo della sinistra indipendentista per considerare unicamente l’azione politica lo strumento per risolvere un conflitto considerato di natura politico militare. Una offerta, “un ramo d’ulivo” disse Otegi, che fu accolta positivamente anche dal PSOE arrivato, inaspettatamente al Governo, dopo la sfacciata ed ingenua strumentalizzazione del PP degli attentati del 11 marzo a Madrid che provocarono quasi 200 morti. L’accuse infondate contro ETA avvallate da una risoluzione la 1530 emessa con inusitata fretta dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si dimostrerà un boomerang provocando l’ennesima caduta di un governante spagnolo a causa della “guerra del nord”,  come fu per Aldofo Suarez e Felipe Gonzales. Anoeta segnò l’inizio di un processo che sfocerà due anni più tardi nella attuazione dei due tavoli negoziali. L’ennesimo fallimento del dialogo non ebbe soltanto come conseguenza il pretesto da parte spagnola per spingere a fondo la guerra preventiva contro la sinistra indipendentista ma evidenziò paradossalmente che quella scommessa era una scelta strategica. Nonostante arresti, minacce, illegalizzazioni, la convinzione che un processo democratico includente e definitivo fosse possibile era ormai sempre più patrimonio non solo della leadership ma soprattutto della base sociale della sinistra indipendentista.  Ma per Madrid quella iniziativa sembra rimanere come una sorta di peccato originale che scompagina l’inerziale modalità del conflitto ridotto una mera questione di “terrorismo”. Un’ approccio che garantiva di non affrontare la questione di fondo, che  nella società basca si manifesta in diversi modi la volontà di voler costruire un modello di relazioni interne ed esterne basato sulla volontà dei suoi cittadini e cittadine. Una volontà che chiede di essere valutata e quantificata attraverso il riconoscimento di Euskal Herria come ambito di decisione.  Per questo il processo contro i rappresentati della disciolta Batasuna ha il sapore della vendetta capricciosa.  Ci fu un primo passo nel febbraio 2006, un mese prima che ETA dichiarasse la tregua, quando i tre accusati furono chiamati dall’Audiencia Nacional a deporre in qualità di imputati per il meeting di Anoeta ma la cosa rimase li. Intanto ci furono conversazioni ETA-Governo e dialogo a tre tra PSOE, PNV e Batasuna, e fallito il dialogo, il processo nei confronti dei rappresentati di questi partiti, per il PSOE l’attuale presidente della CAV Patxi Lopez e il suo Ministro degli Interni Alfonso Ares, e l’allora presidente della Comunita Autonoma basca il nazionalista basco, Juan José Ibarretxe, con l’accusa di avere tenuto incontri con Batasuna !!

Pur essendo stati tutti assolti, come era nel programma, il giudice zelante di turno questa volta Eloy Velasco, lo stesso del caso Venezuela, Cuba, Farc ed ETA, nel 2008 apre di nuovo la causa accusando gli imputati di “apologia di terrorismo”. Mentre la sinistra indipendentista assieme ad altre forze politiche e sociali parla di  “difesa di tutti di diritti umani, civili e politici” la giustizia politica spagnola mette sul banco degli imputati alcuni dei suoi fautori.

“Per questo, quando le più grandi potenze economiche del mondo, che sono anche i maggiori produttori di tecnologia di guerra, dicono che necessitano combattere il nemico in un quadro di permanente guerra preventiva, credetegli, perché dicono la verità. Il nemico lo necessitano più di ogni altra cosa e di nessun altro”


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